
di Francesco Salonia.
Sono sempre stato intellettualmente sedotto dall’idea che, nei grandi momenti di svolta, lo Spirito della Storia si incarni in un singolo individuo e che attraverso di lui strappi alle indistinte masse il compito di plasmare il divenire. Trovo in questa idea il senso dell’eroico che ci affascina senza scampo. Vedo nascosto in questa idea il segreto desiderio che ognuno nutre di poter influire come singolo e non perdersi nelle pieghe senza volto della storia. Che poi la previsione esatta dei risvolti che questa influenza potrà avere nell’immediato o lontano futuro ci sfugga, non ha importanza. Ho parlato di eroi, non di profeti.
Stasera sono venuto a conoscenza di una vicenda singolare e suppongo ai più sconosciuta, che istintivamente mi ha fatto pensare a tutto ciò.
Era il 9 Novembre del 1989 e un giornalista qualunque si trova in una stanza qualunque. Tra le mani tiene un taccuino su cui ha preso qualche appunto, davanti a lui un uomo. Quest’uomo si chiama Gunter ed è un pezzo grosso nella Germania dell’Est.
Dopo gli accadimenti che seguirono a quella serata, scelta dal destino tra migliaia di altre serate, ci fu’ chi disse: “È stato un Raines Sufal”. Un caso fortuito.
Ma il giornalista, Riccardo, non crede proprio. Su quel foglio che teneva tra le mani non c’erano semplici domande di circostanza. Lui l’aria che tirava l’era riuscito a fiutare. Il fiuto è l’unico strumento del suo mestiere, quello e le conoscenze. Qualche sera prima aveva fatto delle telefonate, organizzato degli incontri.
“Domani sera falla una domanda sulla libertà di transito”, gli avevano suggerito. Uno di quei consigli buttati lì, sotto voce. Uno di quei consigli che in realtà non si fanno mai per caso.
“Ma si, fagliela… che vuoi che succeda?”
Che vuoi che succeda, dicevano.
Poche ore dopo l’incontro tra Riccardo e Gunter nelle redazioni dei giornali di tutta Europa scoppia letteralmente un casino. Una delle prime telefonate che arrivano al giornalista assomiglia più o meno a una cosa del genere:
Driiin
“Pronto?”
“Riccardo? Ma che cazzo hai combinato?”
Già, che cazzo aveva combinato Riccardo? Non lo sapeva, non poteva saperlo, non lucidamente. Riccardo non era un profeta, ma quella sera, quella sera … Al Corriere le voci che girano sono contrastanti.
“Riccardo è impazzito” dicono alcuni. Forse erano proprio loro quelli più convinti del contrario, quelli che lo dicevano con un sorriso sbigottito. Quelli che nel proprio intimo speravano che fosse davvero finita. Uno che ci aveva creduto è Giancarlo Gramaglia, che ha il coraggio di pubblicare la notizia.
Poche ore prima che esca il Corriere Livio Caputo, l’allora direttore dei servizi esteri, chiede al suo inviato a Berlino se quello che si andava dicendo fosse vero, se sta davvero succedendo. Non è chiaro, gli rispondono, è tutto da confermare, tutto da vagliare con attenzione. Bhe ma allora che si deve fare? Si esce così? Impossibile. Allora si cambia il primo capoverso della prima pagina? Ma cosa dici! Non si può fare così, bisogna rifare tutto, tutto!
E aveva ragione Caputo. Bisognava rifare tutto, non solo la prima pagina del Corriere.
Riccardo sta per concludere l’intervista. Gunter Schabowsky, il portavoce del Politik Bureau non è un uomo facile. Però è un uomo potente; le sue dichiarazioni nella Germania dell’Est sono la fonte assoluta della verità. Se l’ha detto Schabowsky le cose stanno così. E basta. Perché mentre parla in veste di portavoce quell’uomo non è più Gunter Schabowsky, ma il Politik Bureau stesso.
Qualche settimana prima era stato varato un alleggerimento delle condizioni sulla libertà di transito. Bastava possedere un passaporto ed ottenere un visto per poter andare ovunque si volesse. Ovunque, anche in Germania Ovest, l’altra Germania, la cui libertà era indicizzata dagli abitanti della DDR col numero di varietà diverse di salsicce negli alimentari. 82 per l’esattezza. Un sogno.
Come era un sogno assolutamente vano quello di riuscire ad ottenere passaporto e visto, perché quelli a cui dovevi chiederlo erano negli uffici della Repubblica Democratica Tedesca.
“Dove deve andare con questo visto?” “Fuori dal paese”. “Si ma dove?” “In Germania… Ovest”. “Aspetti qui che chiedo, intanto mi scriva il suo nome e quelli dei suoi famigliari”. “…”
Battute conclusive. Riccardo pone la prima, fatidica domanda:
“Non crede lei che sia stato commesso un grave errore nel promulgare la leggere che alleggerisce le condizioni di transito?”
Schabowsky si innervosisce, la domanda è insinuante.
“No nessun errore. Adesso solo possedendo un documento di identità è possibile passare la frontiera”.
Riccardo incalza, intuisce il momento.
“Anche per andare a Ovest?”
“Si”.
“Da quando”.
“Anche da questo momento”.
Il Politik bureau aveva parlato. La notizia si diffuse a macchia d’olio, c’era la testimonianza registrata, nessuno spazio per ritrattare quelle dichiarazioni. In quegli attimi nessuno aveva capito cosa stesse per succedere, neanche Riccardo immaginava che con tre semplici domande avesse appena dato la spallata definitiva a quel muro che attraversava l’anima di un intero popolo.
Riccardo non poteva sapere cosa sarebbe successo nelle ore a seguire, quale sarebbe stata la rilevanza storica di quell’evento che traeva il suo soffio vitale dalla sua intervista.
No, Riccardo Ehrman, giornalista italiano e inviato dell’Ansa, non è mai stato il profeta della caduta del muro, semplicemente vi inciampò e quella sera fu’ un goffo, inconsapevole e magnifico eroe.
2 commenti:
Piccola errata corrige da segnalare: l'autore del pezzo (che poi sarei io) si chiama Francesco Salonia.
...infatti, è ben così che c' è scritto...!
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