domenica 4 ottobre 2009

Il Burqa Dell'Ipocrisia

Gianmario Pisanu

Fedeli al vecchio adagio statunitense “The show must go on”, neppure di fronte ai nostri connazionali periti in Afghanistan il grand cirque du soleil della politica ha accennato ad arrestarsi.
Così, mentre le bare ammantate dai tricolori facevano ritorno in Italia, tra la costernazione degli intimi e il doglio nazionale, alcuni esponenti di spicco della scena pubblica profittavano dell’occasione per ridare fiato alle vecchie trombe, afone ormai da tempo per la pochezza delle idee in circolazione. Da consumati decani dell’accattonaggio politico, il padre padrone dell’IdV, Di Pietro, e quello della Lega Nord, Bossi, han cavalcato l’onda della commozione popolare per poi provare surrettiziamente a mutarla in indignazione. Il primo, ormai spoglio delle grezze tare lucane e impratichitosi nel politichese, ha sollecitato un’”attenta riflessione” del Parlamento in materia; il secondo, vellicando gli istinti materni della casalinga di Gallarate, tribolata dalla dipartita del figlio in terra afghana, ha invocato con fare paternalistico un rapido rientro a casa dei “nostri ragazzi”.
Al di là delle dispute ideologiche sulla legittimità o meno della guerra come strumento dirimente le controversie internazionali e di quelle geo-politiche sulla sua opportunità contingente( se ne potrebbe discorrere all’infinito, preferiamo rimandare ad kalendas graecas), la cadenza più che mai improvvida( e sospetta) delegittima le richieste opposte dai due leader, fino a circonfonderle di un’aura di pelosa demagogia. Non si comprende d’altronde a cosa alluda l’ex Pm impetrando la ben nota “riflessione”: termine bizantino, la cui essenza vacua e gattopardesca( “cambiare tutto per non cambiare nulla”) potrebbe essere ben compresa da chi è aduso al gergo parlamentare. Interpretandola alla lettera e senza alcuna malizia, si potrebbe pensare a un’ennesima conferenza internazionale in cui, per l’ennesima volta, il Presidente Obama dovrebbe ribadire con “rinnovato vigore” i suoi accorati appelli volti al mantenimento delle truppe in terra afghana, rimarcandone(sempre per l’ennesima volta) l’”importanza strategica” per l’intero Occidente e non solo. Il che apparirebbe oltremodo tautologico, oltreché inutile. In seconda istanza, potremmo scorgervi un invito alla ridiscussione delle regole d’ingaggio dei nostri soldati, o un’insofferenza crescente ad un rifinanziamento della missione. Ambo le conclusioni, va da sé, non sarebbero lusinghiere per il leader dell’IdV. E’infatti opinione condivisibile che, in un mondo strettamente interconnesso e caratterizzato da un multilateralismo sino ad ora sconosciuto, perdere la fiducia dei partners internazionali rappresenterebbe uno scotto troppo elevato; e ciò ineluttabilmente accadrebbe se, fomentati dalla morte dei sei parà e in balìa degli istinti più viscerali, decidessimo di ritirare le nostre truppe, scompaginando gli equilibri esistenti nella regione. Insinuare inoltre il tarlo del dubbio prima ancora che il colpo inferto sia stato assorbito e la ferita rimarginata, mette a repentaglio l’incolumità dei soldati ancora dispiegati e ringalluzzisce gli attentatori, i talebani, consci di aver aperto una falla tra le fila avverse e pronti a battere il ferro sinchè è caldo.
“Sangue e lacrime”promise Churchill agli inglesi, stremati dalla più logorante delle battaglie e timorosi del proprio avvenire . Parole d’ordine che, in tempo di guerra, possono cementificare un intero popolo attorno a un ideale, ma che, in epoca di non belligeranza, risultano cacofoniche e ai più assai sgradite. Specie se il nemico da estirpare viene percepito come entità metafisica , annidatasi in lande remote, non in grado di contaminare le nostre vite quotidiane nel loro placido divenire.
E’ dunque in un humus d’indifferenza e d’inedia , se non di malmostosa acredine(le voci levantesi contro i funerali di stato ne sono un fulgido esempio) che s’inscrivono le esternazioni dei due tribuni.
Tutto fa brodo, i voti “non puzzano”, si dirà. Ma, nonostante anni e anni di lotte fratricide tra fazioni avverse ci abbiano assuefatto al più becero cinismo, sicché s’è fatto il callo a tutto, risulta tuttavia arduo liquidare queste sortite come semplici “boutades”, mantra spesso adoperato per esorcizzare realtà fastidiose senza doverci fare i conti. Stavolta, infatti, s’è valicato quel confine che separa la politica, dimensione prosaica della vita per antonomasia, dalla sfera del dolore. E mentre il momento richiedeva un minuto di raccoglimento, qualcuno strepitava, infrangendo la più elementare regola di buon senso: il rispetto per chi non c’è più.

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