Il 9/09/09 in tv passavano le immagini di una rosa che da nera cambia colore, si schiarisce e diventa bianca. Questo è il simbolo che i mass-media avevano scelto per la giornata della “Violenza alla donna”, lanciando l’invito rivolto a tutte le donne di indossare qualcosa di bianco. Io credo che una giornata dedicata a questo tema abbia ancora oggi un significato tristemente profondo e sia un’occasione importante per mettere in guardia le donne, per ricordare a tutti, quanta strada debba ancora farsi per raggiungere la piena parità dei sessi.So bene che la percezione generale è che il problema sia ormai da tempo superato e risolto,
eppure è di poche settimane fa la storia di Hussein, la giornalista sudanese che ha rischiato 40 frustate per avere commesso il grave reato di indossare un paio di pantaloni in luogo pubblico.
Poco risalto è stato dato al suo coraggioso rifiuto di pagare l’ammenda comminata, accettando di scontare un mese di carcere, pur di non piegarsi alla legge che l’aveva discriminata.
Ma a farmi preoccupare non sono tanto le notizie che provengono dal Medio-Oriente, dove è risaputo che la battaglia per l’emancipazione della donna è ancora tutta da giocare. Un processo in via d’ evoluzione che ogni giorno si scontra contro l’interpretazione letterale della religione e il potere consolidato. Segnali allarmanti provengono dallo stesso mondo occidentale, da “casa nostra”. A volte sono palesi differenze salariali, mobbing, stalking; altre volte sono subliminali e noi nemmeno ce ne accorgiamo.
Se si scattasse una foto al Parlamento Italiano ci si renderebbe facilmente conto della difficoltà per una donna di fare il suo ingresso nella politica, di quanto lo Stato pensi da “uomo”.
Un esempio viene dagli Stati Uniti, e per precisione, dal cuore della parte più democratica e tollerante degli Usa, il Partito Democratico. Nel corso delle ultime primarie si sono fronteggiati, in una delle competizioni elettorali più combattive e avvincenti , Barack Obama e Hillary Clinton. Entrambi campioni di due fette di popolazione che in modi diversi hanno vissuto l’esperienza della discriminazione nel passato, e che in misura certamente molto minore, la vivono ancora nel presente.Durante la campagna elettorale, nessuno dei Repubblicani ha scelto di tirare in gioco il razzismo come punto di forza nella sua competizione contro Barack Obhama, e la sfida si è svolta sul piano politico, delle idee e dei valori, anche se, come in ogni campagna che si rispetti, gossip e colpi bassi non sono mancati e il fair play è rimasto un miraggio.
Il razzismo non è più accettato negli Usa e, di certo, una battuta sul colore della pelle del candidato avrebbe sollevato scandalo, imbarazzo e, soprattutto, fatto perdere molti punti percentuali nei sondaggi. Nessuno si sarebbe permesso, nessuno se lo sarebbe neppure sognato, a meno che non fosse stato determinato a commettere uno dei più gravi errori strategicamente possibili.
Altrettanto non si può dire della campagna contro Hillary, basata, invece, su attacchi sessisti e volgari, che la rappresentavano come la casalinga della Casa Bianca, fragile donna comandante in capo dell’esercito. Concetto inaccettabile per un popolo che fa delle armi la sua bandiera della libertà.
Tutto ciò mi fa riflettere.
Forse sono stati fatti più progressi nella lotta contro il razzismo che non per la parità dei sessi.
Certamente c’è ancora molto da fare.
Ma le conquiste ottenute in altri campi dei diritti umani, come la lotta al razzismo, che il Presidente Obama incarna alla perfezione, e la passione e la forza con cui Hillary Clinton ha condotto la sua battaglia mi fa pensare, sperare, che molti passi avanti verrano compiuti nei prossimi anni.
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