Alessio Mazzucco
Discutevo con un amico sulla questione “impegnarsi attivamente in politica”. Lui sottolineava l’inutilità e la dispendiosità del tempo che l’attività richiede senza dar certezze di giungere a qualche meta e mettere in atto le idee di partenza; tutto questo nonostante il disgusto di fronte al palese decadimento di ideali e istituzioni del nostro Paese.
Personalmente mi sento impegnato. E non solo con il giornale (il cui impegno risiede nel creare la possibilità di comunicare e discutere le proprie opinioni), ma in quella che possiamo chiamare politica attiva in un gruppo apartitico milanese. Questa attività non influenzerà di certo Il Caffè, ma ha comunque un peso importantissimo nella mia vita.
Cosa significa impegnarsi in politica? Voler proporre il nuovo e trovare soluzioni laddove i problemi più diversi ne richiedono. Null’altro. Il resto è apparenza; il partito, il simbolo, lo slogan o l’ala politica d’appartenenza altro non è che un costrutto artificiale per semplificare l’operato, per fornire una base d’appoggio o, più spesso, per dare a chi è povero di idee la possibilità di scimmiottare il mondo politico “altolocato”.
La politica è bella. E non mi serviva di certo Tornatore per dirlo. E’ bella perché permette la realizzazione di idee, cause ed ideali nel mondo in cui siamo immersi. Non è un esercizio di stile, né di retorica; non è autocompiacimento né ambizione d’un’occupazione tristemente nota in Italia per gli eccessi di ori e vizi. E’ spinta irrazionale a lasciare un segno, un’impronta nel mondo che affideremo a chi ci succederà.
Le sfide dei giorni nostri son molte. Le scelte che dobbiamo prendere ci condurranno su strade differenti che, una volta imboccate, non potranno essere cambiate. Una di queste scelte è rimanere attivi o passivi dinnanzi al fluire del tempo e degli eventi, è criticare inerti seduti in un salotto o spavaldi in mezzo alle persone, è inneggiare in silenzio al proprio credo o esporsi alle idee e alle pietre di chi è bravo a tirarle senza pensare ai motivi per farlo. A volte basta pensare, elaborare, riflettere e comunicare con gli altri perché sui muri della nostra società rimanga una firma, seppur piccola, di certo indelebile, delle nostre idee. Ho amici che ogni giorno sono in giro a dar volantini per pubblicizzare le proprie iniziative, altri che scrivono sul proprio blog, altri ancora che, nelle sere più improbabili, rinunciano a uscite divertenti e rilassanti per trovarsi a immaginare ed elaborare un futuro migliore.
E’ una perdita di tempo? Non so. Di certo, quando il tempo nostro sarà trascorso e i nostri nomi saranno avvizziti nella memoria collettiva, probabilmente verrà spesso da chiedersi cosa sarebbe stata la nostra vita se in gioventù avessimo dato un contributo, seppur minimo, agli ingranaggi della Storia. Le difficoltà sono molte, i pericoli di dolori e frustrazioni troppi, ma davanti all’ignoto e al rischio mi sovvengono alla mente quei versi de La Canzone di Orlando che così recitano: “Sia maledetto il cuore che s’abbatte!/Al nostro posto noi rimarremo in campo/da noi verranno i colpi e il battagliare!”.
Discutevo con un amico sulla questione “impegnarsi attivamente in politica”. Lui sottolineava l’inutilità e la dispendiosità del tempo che l’attività richiede senza dar certezze di giungere a qualche meta e mettere in atto le idee di partenza; tutto questo nonostante il disgusto di fronte al palese decadimento di ideali e istituzioni del nostro Paese.Personalmente mi sento impegnato. E non solo con il giornale (il cui impegno risiede nel creare la possibilità di comunicare e discutere le proprie opinioni), ma in quella che possiamo chiamare politica attiva in un gruppo apartitico milanese. Questa attività non influenzerà di certo Il Caffè, ma ha comunque un peso importantissimo nella mia vita.
Cosa significa impegnarsi in politica? Voler proporre il nuovo e trovare soluzioni laddove i problemi più diversi ne richiedono. Null’altro. Il resto è apparenza; il partito, il simbolo, lo slogan o l’ala politica d’appartenenza altro non è che un costrutto artificiale per semplificare l’operato, per fornire una base d’appoggio o, più spesso, per dare a chi è povero di idee la possibilità di scimmiottare il mondo politico “altolocato”.
La politica è bella. E non mi serviva di certo Tornatore per dirlo. E’ bella perché permette la realizzazione di idee, cause ed ideali nel mondo in cui siamo immersi. Non è un esercizio di stile, né di retorica; non è autocompiacimento né ambizione d’un’occupazione tristemente nota in Italia per gli eccessi di ori e vizi. E’ spinta irrazionale a lasciare un segno, un’impronta nel mondo che affideremo a chi ci succederà.
Le sfide dei giorni nostri son molte. Le scelte che dobbiamo prendere ci condurranno su strade differenti che, una volta imboccate, non potranno essere cambiate. Una di queste scelte è rimanere attivi o passivi dinnanzi al fluire del tempo e degli eventi, è criticare inerti seduti in un salotto o spavaldi in mezzo alle persone, è inneggiare in silenzio al proprio credo o esporsi alle idee e alle pietre di chi è bravo a tirarle senza pensare ai motivi per farlo. A volte basta pensare, elaborare, riflettere e comunicare con gli altri perché sui muri della nostra società rimanga una firma, seppur piccola, di certo indelebile, delle nostre idee. Ho amici che ogni giorno sono in giro a dar volantini per pubblicizzare le proprie iniziative, altri che scrivono sul proprio blog, altri ancora che, nelle sere più improbabili, rinunciano a uscite divertenti e rilassanti per trovarsi a immaginare ed elaborare un futuro migliore.
E’ una perdita di tempo? Non so. Di certo, quando il tempo nostro sarà trascorso e i nostri nomi saranno avvizziti nella memoria collettiva, probabilmente verrà spesso da chiedersi cosa sarebbe stata la nostra vita se in gioventù avessimo dato un contributo, seppur minimo, agli ingranaggi della Storia. Le difficoltà sono molte, i pericoli di dolori e frustrazioni troppi, ma davanti all’ignoto e al rischio mi sovvengono alla mente quei versi de La Canzone di Orlando che così recitano: “Sia maledetto il cuore che s’abbatte!/Al nostro posto noi rimarremo in campo/da noi verranno i colpi e il battagliare!”.
2 commenti:
Le differenze tra la critica inerte, solitaria e quella spavalda e affollata, tra il silenzio e il rumore del sasso scagliato sono meramente riconducibili a diverse modalità di soddisfazione della propria singola e personalissima vanità.
L’unica vera scelta dinnanzi alla quale la politica ci pone è quella tra l’esercizio del potere e la sua contestazione. Con il primo si acconsente a qual maledetto baratto: lozzarsi l’anima in cambio di una chance per tirar fuori qualcosa di nuovo (e possibilmente di buono), la seconda è una categoria residuale nella quale ci si accomoda per povertà di spirito (raramente), inettitudine o codardia.
Francesco Salonia
Credo che nel momento in cui si vada a criticare l'esercizio del potere si abbia in mente un'alternativa, per quanto essa possa essere lontana da una condotta o un verificarsi reale e contingente. Se è possibile ammettere ciò la distinzione tra esercizio del potere e contestazione sfuma sempre di più e si risolve in una pura casualità temporale. Imprescendibili l'una dall' altro, se non vi fosse la critica ora non vi sarebbe motivo di esercizio del potere successivamente, e, viceversa, senza l'esercizio del potere non vi sarebbe ragione di critica:
forse allora non c'è scelta, possiamo solo agire.
Alexander Damiano Ricci - redazione Ripresaonline
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