Vincenzo Scrutinio
“Tutte le famiglie felici si somigliano;
ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo“
Lev Tolstoy, Anna Karenina
ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo“
Lev Tolstoy, Anna Karenina
NOTIZIE DAL FRONTE
Da un po’ di tempo a questa parte pare che la crisi finanziaria che minacciava di portare al collasso l’economia mondiale abbia smesso di mordere. Sebbene sul fronte macro i dati non segnalino ancora una vera ripresa ed anzi dipingano a fosche tinte la situazione (proprio alcuni giorni fa i dati del primo trimestre segnalavano una caduta del 5,9% su base annuale per il Pil italiano), i mercati finanziari sembrano condividere le opinioni dei più ottimisti tra ministri e banche centrali, facendo segnare forti rialzi degli indici azionari. Tale ripresa sembra far perdere alla crisi attuale molte delle sue caratteristiche più rilevanti inquadrandola, probabilmente, semplicemente come la sesta delle cosiddette “Big Five” (Spagna 1977, Norvegia 1987, Svezia e Finlandia 1991 e Giappone 1992).
Un elemento che tuttavia non può passare in secondo piano, ed andrebbe maggiormente sottolineato, è che stavolta la crisi ha toccato in modo profondo uno dei nodi nevralgici dell’economia mondiale ovvero gli Stati Uniti. Con un Pil di circa 14.000 miliardi di dollari (circa un quarto del Pil mondiale) ed il sistema finanziario più sviluppato al mondo qualsiasi rallentamento dell’economia americana influenza in modo consistente l’intera economia mondiale. Se in Canada si dice “quando gli USA starnutiscono, il Canada si prende l’influenza”, questa volta nell’allegra famigliola della finanza globale ce la siamo presa tutti.
E sembra che non sarà una convalescenza breve. Una delle condizioni imprescindibili per una effettiva ripresa globale è la stabilizzazione dell’economia americana che, tuttavia, si trova in condizioni molto diverse dall’ultima sua crisi immobiliare (S&L 1988)
DEBOLEZZE STRUTTURALI
A partire dalla presidenza Clinton e dall’implementazione finanziaria del principio “una casa per ogni americano” il mercato immobiliare è cresciuto a tassi impressionanti con un incremento del valore delle abitazioni di circa il 200% in dieci anni (1996-2006). Questo ha profondamente influenzato le basi del sistema economico americano in due modi:
1. In primo luogo la crescita dei prezzi delle abitazioni ha distolto risorse da alcune forme di investimento, spostandole sul ben più profittevole mercato immobiliare. Come si può notare dal grafico 1 la quota dell’investimento immobiliare su tutti gli investimenti privati ha raggiunto livelli senza precedenti nella storia americana del dopoguerra (non so prima in quanto le serie storiche partono dal ’29 ed escludendo il periodo del Baby Boom, cioè gli anni ‘50).
2. In secondo luogo, è vero che la possibilità di fornire la propria abitazione è un mezzo potentissimo per permettere lo sviluppo economico (come ricordano Zingales e Rajan in “Salvare il capitalismo dai capitalisti”), ma è anche vero che se questo va ad aumentare considerevolmente la capacità di consumo delle famiglie, in un economia avanzata, si possono creare una serie di distorsioni potenzialmente pericolose. Come si può vedere dal grafico 2 la correlazione tra investimenti residenziali e la crescita del peso del consumo sul Pil complessivo sono strettamente legati (questo perché gli americani hanno il vizietto/virtù di dare la loro casa in garanzia con una certa disinvoltura, e, se il suo valore cresce, naturalmente aumentano i prestiti che possono ottenere e così via…). Questo fenomeno ha rinforzato un trend già presente portando i consumi a rappresentare circa il 70% del Pil USA (fig 3). E questo senza contare che tali prestiti influenzati anche da notevoli flussi monetari dall’estero (ma di questo si parlerà un’altra volta).
ALCUNE CONCLUSIONI PROVVISORIE
Facendo quindi un primo bilancio si può dire, come ha detto il Presidente del Banco Popolare di Milano, Roberto Mazzotta, in un suo recente intervento all’incontro di “Economia e società aperta” (14/05/09) e l’ex ministro Tommaso Padoa Schioppa (in quello del 7/05/09) , questa crisi “ ha radici profonde nel sistema di crescita statunitense” che ha caratterizzato almeno l’ ultimo decennio. Ritengo (nella mia grande ignoranza) sia abbastanza probabile che questi elementi influenzeranno quantomeno i tempi della ripresa se non la stessa capacità di crescita di medio-lungo periodo degli USA. E con loro di parte consistente dell’economia globale. Molti anni fa Schumpeter, parlando della Grande Depressione, chiedeva ai politici di non incoraggiare la ripresa prima che fossero risolti i problemi strutturali sottostanti, chissà che stavolta questo non ci venga imposto dalle circostanze.
ALCUNE CONCLUSIONI PROVVISORIE
Facendo quindi un primo bilancio si può dire, come ha detto il Presidente del Banco Popolare di Milano, Roberto Mazzotta, in un suo recente intervento all’incontro di “Economia e società aperta” (14/05/09) e l’ex ministro Tommaso Padoa Schioppa (in quello del 7/05/09) , questa crisi “ ha radici profonde nel sistema di crescita statunitense” che ha caratterizzato almeno l’ ultimo decennio. Ritengo (nella mia grande ignoranza) sia abbastanza probabile che questi elementi influenzeranno quantomeno i tempi della ripresa se non la stessa capacità di crescita di medio-lungo periodo degli USA. E con loro di parte consistente dell’economia globale. Molti anni fa Schumpeter, parlando della Grande Depressione, chiedeva ai politici di non incoraggiare la ripresa prima che fossero risolti i problemi strutturali sottostanti, chissà che stavolta questo non ci venga imposto dalle circostanze.



2 commenti:
complimenti per l'analisi, da dove son stati estrapolati dati e grafici?
I grafici sono frutto di una elaborazione personale sulla base di dati presi dal sito della Fed di St. Louis.
Ringrazio per il commento e la prossima volta citerò espressamente le fonti.
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