lunedì 25 gennaio 2010

Caso Puglia

Giuseppe Alberto Falci

Dopo settimane di contrapposizioni interne al centrosinistra, si è conclusa la “telenevola” pugliese. Ha vinto Nichi Vendola, con oltre il 70% dei suffragi, sul rivale Francesco Boccia nella sfida per conquistare la candidatura alla Presidenza della Regione. Hanno votato circa 192.000 persone per le primarie del centrosinistra in Puglia. Il dato è quello definitivo reso pubblico dal Pd pugliese. Coloro che votarono in Puglia alle primarie del Pd il 25 ottobre scorso quando venne scelto Pierluigi Bersani a segretario del partito furono circa 170.000. Furono invece 79.296 i partecipanti alle primarie del 2005 quando per la prima volta Nichi Vendola ebbe la meglio su Francesco Boccia nella scelta del candidato presidente del centrosinistra per la Regione Puglia.

Cosa è successo in questi mesi in Puglia? Facciamo una breve storia dei fatti. In Agosto la riconferma di Vendola era cosa buona e certa. Durante la festa della Tarantella, Massimo D’Alema era stato chiaro: "Nichi è il nostro candidato”. Poi, gli incontri di fine estate, fra Casini e D’Alema, iniziarono a far trapelare qualcosa. A quel punto, la candidatura di Vendola rimase appesa all’esito delle primarie di Ottobre. Dalle mozioni si evinse come la vittoria di Bersani avrebbe significato la ricerca dell’alleanza con l’Udc, la formazione di una “nuova Unione”. Bersani vinse. Si iniziò a parlare di alleanze in vista delle Regionali di Marzo. Casini fu subito chiaro:” O con noi, o con Vendola”. E D’Alema propose Michele Emiliano, eletto sindaco di Bari in Giugno con l’appoggio dell’Udc. Emiliano pose subito un problema: non si sarebbe dimesso da sindaco di Bari. Perciò, chiese alla Regione una leggina ad personam per risolvere il nodo dimissioni. La Regione e il Pd locale respinsero al mittente la richiesta. Ma, nello stesso tempo Vendola non mollò la presa, consapevole della sua forza e del suo consenso. Si arrivò ad un compromesso tra Pd e Vendola: fare le primarie. Non appena si pronunciò la parola “primarie”, Michele Emiliano ritirò la candidatura e tornò a svolgere la carica di sindaco. I vertici nazionali del Partito Democratico diedero un mandato esplorativo a Francesco Boccia per trovare attorno alla sua candidatura un’ampia coalizione. Boccia piacque all’Udc onde per cui si andò avanti su questa linea. Ma, Vendola non ha mai pensato di togliere il disturbo e lasciar spazio a Boccia. Quindi, primarie fra Boccia e Vendola, esattamente come 5 anni fa quando Vendola vinse con uno scarto di 1600 voti. Questa è la cronaca.

E adesso che farà il Pd? Gli scenari possibili sono due. Primo scenario: corsa a tre. Che vuol dire? Il Pd correrà con Vendola, l’Udc sosterrà la Poli Bortone, e il Pdl Rocco Palese (uomo di Raffaele Fitto). Secondo scenario: corsa a due. Il Pd sosterrà Vendola e, per la felicità del Pdl, l’Udc avallerà la candidatura di Palese. Il primo scenario è il più probabile e, il più favorevole al Pd. Perché? La cronaca dice che la Poli Bortone, ex sindaco di Lecce e militante di Alleanza Nazionale, è stata scartata dai vertici nazionali e locali del Pdl per motivi intrinsecamente personali. Dalla candidatura della Poli Bortone ne trarrebbe vantaggio esclusivamente il Pd perché il suo elettorato è il medesimo del Pdl. Quindi, nel caso del primo scenario la vittoria di Vendola sarebbe ragionevole. Il secondo scenario sarebbe lo stesso di cinque anni fa, da una parte avremmo Vendola e dall’altra, al posto di Fitto, Rocco Palese. Direi: che casino.

sabato 23 gennaio 2010

Il PD e la Puglia: come perdersi in un bicchier d'acqua. Di rubinetto.

Simone Signore

Per molti il comportamento degli ultimi tempi di Massimo D’Alema, recentemente bocciato per la nomina di Ministro degli Esteri Europeo (e dal prossimo martedì, nuovo presidente del Comitato
Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica, COPASIR), e di Nichi Vendola, ex-governatore della Puglia nonché portavoce di Sinistra Ecologia Libertà, appare come l’ennesimo ingiustificato hara-kiri politico, che rende l’arte del disaccordo il vero tallone d’Achille del PD. Eppure, a ben vedere, la faccenda potrebbe non essere così irrilevante.

Benché D’Alema smentisca l’ipotesi “inciucista” che avrebbe portato ad un’alleanza pugliese PD-UDC nel nome di Francesco Boccia, vi sono numerosi indizi che portano a considerazioni in senso opposto. Insomma, per citare Andreotti, “a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”.

Si dà il caso infatti che il suocero di Pierferdinando Casini sia l’imprenditore Gaetano Caltagirone, decimo uomo più ricco d’Italia, che possiede il 7,5% di ACEA SpA (Azienda Comunale Energia e Ambiente), la quale ha già da molto tempo puntato gli occhi sull’acquedotto pugliese per mezzo delle azioni del suo amministratore delegato, Marco Staderini, ex Lottomatica ed ex CdA RAI, anch’egli legato da intima amicizia con Casini. A rinforzare la catena di relazioni troviamo Andrea Péruzy, consigliere di ACEA per conto dell’azionista francese Suez e segretario generale della dalemiana Fondazione Italianieuropei. Questi legami a doppio filo si concretizzano nella scelta di opporre a Vendola l’economista Francesco Boccia (MBA Bocconi n.d.r.), peraltro già sconfitto da Vendola nel 2005 per poco più di 1200 voti.

In un’intervista ad un giornalista de “La Gazzetta del Mezzogiorno” Boccia dichiara infatti che “Se l’acqua (fosse) pubblica, la Regione (…) dovrebbe darla gratis a tutti e, invece, in Puglia si pagano le tariffe più alte. Per questo sono per la statalizzazione delle imprese che detengono il patrimonio delle principali utilities, ma sulla gestione no: pretendo che le famiglie del San Paolo di Bari (n.d.r quartiere popolare ad alto tasso di disoccupazione e microcriminalità) non paghino nulla e i benestanti come me e Vendola paghino di più. E, per farlo, occorre aprire le porte della gestione alla competizione tra privati, pur tutelando la maggioranza in mano pubblica".

Vendola, dal canto suo, ha sempre rivendicato la necessità di mantenere il servizio idrico nelle mani dell’amministrazione pubblica: “Noi non consentiremo un esproprio di un bene che e' un vanto, un orgoglio. L'Acquedotto pugliese e' un grande bene pubblico, l'acqua che da' ai cittadini e' un diritto universale. Noi ci metteremo di traverso, lo faremo con tutte le nostre forze, contro ogni disegno per regalare a qualche multinazionale francese o americana un bene pubblico come quello pugliese”. Contro la volontà di Vendola si inserisce però il Decreto Ronchi dello scorso novembre, che stabilisce l’affidamento della gestione dei servizi idrici ai privati entro il 2011.

È dunque iniziata la guerra dell’oro Blu?

Benché gli intenti espressi da Boccia siano più che encomiabili, numerosi studi sulla transizione da gestione pubblica a gestione privata delle Water Utilities hanno prodotto risultati poco gratificanti. I casi più eclatanti sono il Ghana, dove la PPP (Partnership Pubblico Privato) fondata dal governo ed alcune multinazionali ha raddoppiato il costo dell’acqua, fino ad arrivare a costituire un decimo del guadagno medio giornaliero; anche a Cochabamba, in Bolivia, dopo l’avvento del consorzio Aguas del Tunari (tra cui la statunitense Bechtel e l’italiana Edison) i prezzi aumentarono del 20%-30% sino a costituire un quarto del reddito mensile. Anche le città di Cancun, Saltillo, and Aguas Calientes in Messico hanno storie differenti in cui la costante è un aumento indiscriminato dei prezzi (dal 32%-68% o più) ed addirittura il rischio di bancarotta delle imprese operanti (come ad esempio la francese Vivendi, che ad Aguas Calientes nel 1994 rischiava il fallimento, salvo poi rinegoziare con la pubblica amministrazione un contratto trentennale ancora più vantaggioso).

Avvicinandosi un po’, troviamo i due casi documentati da Report (che consiglio a tutti di vedere: http://bit.ly/8NSf6G) di Arezzo (con la multinazionale francese Suez), dove i prezzi sono raddoppiati una prima volta con l’avvento del servizio privato ed una seconda a causa del cambio truffaldino 1:1 con l’euro, o di Aprilia con AcquaLatina SpA (in cui figura proprio la ACEA) in cui si documentano aumenti dal 50% al 3300% (33 volte tanto!), con la nascita di un gruppo di 5000 e più cittadini che si rifiutano di pagare le bollette esponendosi al rischio di vedersi chiudere fisicamente i rubinetti.

Insomma, molta cautela è necessaria quando si approccia il discorso della privatizzazione dell’acqua: è evidente che, trattandosi di un mercato che si configura come monopolio naturale (data la presenza di altissimi costi d’entrata ed enormi economie di scala e di scopo), il passaggio da prezzo politico a prezzo di monopolio porta inevitabilmente ad un aumento di livello dei prezzi, e sebbene questo possa essere contrastato da una efficiente normativa, non sono escludibili effetti collaterali. Lo dimostra il caso di AQP, la SpA che gestisce proprio l’Acquedotto Pugliese, che si è rifiutata di investire nelle proprie infrastrutture dopo che era stato bloccato il tentativo di ritoccare all’insù del 10% i propri prezzi. E aumenterebbe anche il rischio d’impresa, come ci dice la notizia che sempre AQP abbia rischiato di perdere 250 milioni di euro in obbligazioni di Ford, Chrysler e General Motors nei mesi caldi della crisi.

È vero, gli effetti sono piuttosto eterogenei, e come spiega uno studio piuttosto ottimista commissionato nel 2007 dalla Inter-American Development Bank ed effettuato sul territorio colombiano, la privatizzazione del servizio porta ad un sicuro aumento dei prezzi solo per l’ultimo quintile (i.e. il 20% della popolazione ordinata per reddito, ovvero i più poveri), mentre per gli altri il risultato non è anticipabile. E qui pare di intravedere una filosofia interpretata magistralmente dalla battuta attribuita ad Ettore Petrolini: “Bisogna prendere il denaro dove si trova: presso i poveri. Hanno poco, ma sono in tanti”.

martedì 29 dicembre 2009

Trionfo D'Amore

Filip Stefanovic

Silvio Berlusconi è un corruttore di giudici e ufficiali della Guardia di Finanza.
Silvio Berlusconi è un evasore fiscale.
Silvio Berlusconi ha avuto stretti rapporti con la mafia.
Silvio Berlusconi detiene la maggior parte dei canali d’informazione in Italia e ha una forte, spesso predominante influenza sui restanti.
Silvio Berlusconi ha ridotto le istituzioni a bieca merce di scambio, offrendo le più alte cariche, come ad esempio quella di Ministro per le pari opportunità, a donne avvenenti senza alcuna preparazione politica in cambio di prestazioni sessuali. Sesso orale, per la precisione.
Silvio Berlusconi è un pedofilo. O almeno, la performance canora di Noemi Letizia di questi giorni [1] dimostra che certamente i loro incontri non potevano essere incentrati, come all’epoca dichiarato [2], sul pianoforte e sul karaoke (a meno che il Premier non sia anche masochista: Silvio Berlusconi è un masochista?).
Silvio Berlusconi...

“Credo che a tutti sia chiaro che se di un presidente del consiglio si dice che è un corruttore di minorenni, un corruttore di testimoni, uno che uccide la libertà di stampa, che è un mafioso, addirittura uno stragista, un tiranno, è chiaro che in una mente labile, e purtroppo ce ne sono in giro parecchie, diventare tirannicidi vuol dire essere eroi nazionali e fare il bene della propria patria e dei propri concittadini e quindi acquisire un merito e una gloria importante” Silvio Berlusconi, 20 dicembre 2009 [3].

Secondo questa dichiarazione, contornata da esternazioni non meno memorabili come quella dell’On. Cicchitto alla Camera [4], mi posso ritenere di diritto complice dei “mandanti morali” di (futuri) attacchi violenti contro il Presidente del Consiglio, o fors’anche la maggioranza in solido. Certo, non ho pretesa di ergermi ad opinion maker, né l’idea che ciò che io dica o scriva possa avere lo stesso ascendente di giornalisti di stampa nazionale o televisivi (che, per altro, raramente mi pare abbiano esternato giudizi categoricamente espliciti): già mesi fa palesai i motivi per cui ritengo senza mezzi termini quello di Berlusconi un regime liberticida [5]. Ciò nondimeno, un clima d’odio (cit.) non nasce da quattro bocche aperte dall’alto, ma si forma come concerto di voci, tiepida aria che insistentemente, senza prepotenza, si insinua in ogni minima fessura della società civile, e quando t’accorgi che la temperatura è cambiata, beh, è già cambiata. Quindi, nel mio piccolo, io contribuisco a fomentare questa campagna d’odio. Cosciente di ciò, concludo: diverse delle cose che ho detto si basano su fatti accertati in sede giudiziale [6]. Altre non sono state provate oltre ogni ragionevole dubbio, ma sono, a mio avviso, sufficientemente concrete da poter essere avallate o perlomeno, considerata la gravità delle accuse e la posizione pubblica dell’accusato, necessariamente dibattute sino al loro completo chiarimento.

È forse questo terrorismo mediatico? Attentato alle istituzioni? Impedimento al buon governo del paese? È bieco giustizialismo? Incitamento all’odio? In una libera democrazia parrebbero dubbi leziosi, in Italia dividono anche l’opposizione.

Qual è esattamente il confine tra la libera critica, anche piccata critica, e la fomentazione all’odio, alla rabbia? Tra la libertà di espressione e di dissenso (o espressione del dissenso), e il rispetto delle istituzioni? Proprio in nome di questa libertà, sono pronto a sottoscrivere ognuna delle mie precedenti dichiarazioni, ma, in cuor mio, là dove non esiste altro che la mia parola e dove solamente io posso sapere se mento o se sono sincero, in tutta onestà dico di non odiare Silvio Berlusconi. Né come uomo, né come politico. Lo ritengo una malattia per la democrazia, un elemento da estirpare politicamente in quanto nuoce gravemente al bene del paese, eppure non ho mai pensato, detto o anche solo sperato in segreto di vederlo sanguinante, ferito o decisamente morto. Ma proprio per questa ragione, per non avere mai espresso una così forte passione nei suoi riguardi, non mi sento oggi di dover esplicare la mia solidarietà nei confronti di Berlusconi. Non comprendo perché il suo volto sanguinante dovrebbe placare il mio dissenso nei confronti del suo operato politico, la piena opposizione al suo governo, la denuncia del suo aperto tentativo di scardinare le basi costituzionali del paese per l’unico dichiarato intento di salvarsi da procedimenti penali che interferiscono col suo mandato governativo (e non solo). Non sento la necessità di dover esplicitare testualmente la condanna di quell’atto violento, perché non accetto l’idea che tale scelta venga automaticamente associata a una palese approvazione di quanto accaduto! La vera strumentalizzazione è quella che vede politici di ogni sponda e colore (tranne Di Pietro, che per questo è passato per belva sanguinaria) doversi rincorrere a chi dimostra maggiore pietà e vicinanza umana, tendere la mano al capezzale del moribondo in una teoria senza fine, che va dagli amici, ai colleghi, ai dipendenti giù giù fino al popolo, che si sa, è sempre quello dall’animo più sincero e genuino. Così oggi, noi ancora pieni della vista del suo sangue e Lui ancora convalescente, vediamo questa mano tendersi magnanima, carica di solo Amore. È però – ed è qui che s’innesta la sottile trappola – non un amore incondizionato, il perdono del gesto inconsulto e magari l’assunzione delle proprie responsabilità. È invece la carezza che si offre al cane appena bastonato, il sorriso ad un bambino da poco castigato, un gesto che ammiccante offre futura protezione, ma solo a date condizioni: che non si morda più il padrone, non si risponda più male a papà, o, fuor di allegoria, si smetta di criticare e ostacolare il Presidente del Consiglio, affinché possa finalmente raggiungere quegli obiettivi che da mesi insegue, e che hanno finora trovato per strada un inusitato numero d’ostacoli.

Sono queste le ragioni per cui la nuova politica dell’amore non è altro che l’ennesima forma di ricatto, più subdola che mai proprio perché mascherata con una parola di potente impatto, che a tutto si riferisce tranne che alle reali intenzioni del suo promulgatore. Chi osasse ergersi contro un così forte messaggio di pace sa già che ciò risulterebbe doppiamente dannoso: a livello personale, in quanto segno di umana ottusità verso i dolori altrui, e politicamente, perché prova di quanto la sinistra sia spietata e rancorosa nel fomentare il suo cieco odio nei confronti di Berlusconi. Ricorda per certi aspetti il meccanismo dipinto da Orwell, dove proprio al Ministero dell’Amore spettava, in 1984, l’ingrato compito di reprimere ogni forma di dissenso. A noi non serve tutto un dicastero, basta un partito.

[1] http://www.youtube.com/watch?v=tJyGk9vt_28&fmt=18
[2] http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/politica/2009/28-aprile-2009/ecco-noemi-diciottenne-che-chiama-berlusconi-papi-1501304940417.shtml
[3] http://www.corriere.it/politica/09_dicembre_20/berlusconi_avanti_bene_paese_495a1170-ed58-11de-9ea5-00144f02aabc.shtml
[4] http://www.youtube.com/watch?v=kFJkYbSTUmE&fmt=18
[5] http://filste.wordpress.com/2009/06/08/regime/
[6] http://it.wikipedia.org/wiki/Procedimenti_giudiziari_a_carico_di_Silvio_Berlusconi

mercoledì 23 dicembre 2009

Vacanze Natalizie

Alessio Mazzucco

È da tanto tempo che non si scrive su questo “giornale”. Forse troppo. Presi dal vortice degli eventi siamo scomparsi un po’ tutti. Io in primis; me ne dolgo. Eppure di avvenimenti ne sono accaduti, tante le novità dell’ultimo periodo! Novità strane, preoccupanti, certamente fonte d’ispirazione per scrivere. E invece…

Che dire? Stiamo assistendo al tracollo definitivo delle Istituzioni in questo nostro amato/odiato Paese e noi restiamo a guardare. Basiti, preoccupati, indifferenti, non ha importanza. Noi guardiamo, ne discutiamo magari, ma alla fine della proiezione, quando le luci in sala si riaccendono, ognuno per sé, si torna a casa. Mi ricordo, senza citare a memoria, cosa diceva il mio professore a proposito dei Socialisti degli anni Venti (se non vado errato): “Facevano discorsi rossi, infuocati, poi la sera tornavano a casa, si tiravano su le coperte a scaldarsi per bene e dormivano sonni tranquilli”. Noi siamo così. Noi dormiamo sonni tranquilli alla fine di ogni giornata di parole, discussioni e pensieri infuocati.

La Democrazia si basa su un semplice assunto: il popolo deve rispettare e avere piena consapevolezza dell’importanza e del significato delle Istituzioni. La Costituzione regola l’intero sistema finché da tutti è considerata giusta regolatrice. Nel momento in cui si svuota ogni sentimento nei suoi confronti, anche la Costituzione diventa carta straccia. Considero questo concetto estremamente importante. Non è la Costituzione che garantisce l’equilibrato svolgersi della Democrazia in un Paese, ma è il popolo che, considerandola tale, le conferisce i poteri per farlo. E il nostro popolo, noi insomma, cosa pensa adesso? Le Istituzioni, che importanza hanno nella nostra società?

“L’attentato della statuetta” al Primo Ministro è un fatto gravissimo. Va condannato. Mi piace, però, vedere le reazioni nei giri di valzer della nostra vita politica. Prima tutti dicevano tutto, insultavano, attaccavano, querelavano, compilavano dossier; ora, da quel putiferio di schiamazzi e violenze verbali degni d’un derby inglese dei bei tempi andati, ne sono usciti cauti fiorettisti e gentiluomini. Si richiede la calma, la sobrietà, un ritorno al dialogo,…. I peggiori berluscones si sono trasformati in santi e quel grande partito d’opposizione (???) che è il PD rimescola per bene le frasi per vomitare un frullato politichese di dubbio significato. Ma questa è la politica. Un mondo di detti e contraddetti che noi ammiriamo oltre lo schermo d’un televisore o sui fogli di giornale profumati d’inchiostro freso. Triste, vero?

Volevo parlar d’altro però. In particolare delle Istituzioni (discorso che mi sono lasciato alle spalle). Dicevo: la Democrazia funziona finché il popolo ne ha consapevolezza e rispetto. Certo, in un Paese di tifoserie (mi viene in mente l’articolo di Gianmario dell’anno passato, “Il Rosso e il Nero”), fazioni e partigianerie, è sicuramente difficile, se non impossibile, parlare di “Democrazia matura”. E in questo clima così… vivace?... dove finiscono le Istituzioni? Ognuno può dirne ciò che vuole oramai. Un Presidente della Repubblica “di sinistra"; un buon modo per legittimarlo, vero? Un presidente della Camera “compagno”, avvezzo al vino rosso di Romagna (ipse dixit Feltri). La Corte Costituzionale “di sinistra”, gli oppositori (tutti, di qualsiasi idea e origine politica) “compagni”, i giornalisti “terroristi mediatici”, i giudici e i PM “antropologicamente diversi”, ecc…

Premettendo che Cicchitto mi fa pena dopo un discorso come quello pronunciato in Parlamento a seguito dell’aggressione al Primo Ministro, mi chiedo: ma questo, secondo voi, è rispetto delle Istituzioni? No, risposta ovvia. Il problema è un altro, provo a focalizzarlo meglio: gli elettori, i cittadini, sono forse indignati? Alcuni sì. Molti altri, purtroppo, no. Eccolo il problema. Se questa fosse una Democrazia matura, discorsi simili avrebbero generato un tale moto di protesta che persone “di destra” e “di sinistra” si sarebbero probabilmente unite nell’esprimere il proprio sconforto, la propria delusione, il proprio disappunto (per dirla con termini eleganti). E’ accaduto? No. Show must go on, tutto prosegue.
Al cittadino dovrebbe stare a cuore il funzionamento delle proprie Istituzioni, non certo che la propria fazione politica abbia ragione sempre e comunque, in qualunque situazione e in qualunque momento. Così è adesso. Vi sembra, quindi, una Democrazia matura? A voi il verdetto. A me non pare neanche l’ombra sbiadita di un Paese con saldi principi democratici.

Ne approfitto per augurare a tutti Buone Feste. Chissà, forse un po’ di relax vacanziero gioverà al ribollir d’ardori dei nostri illuminati politici. L’importante è che le idee si schiariscano soprattutto a tutti noi.

domenica 29 novembre 2009

Atei, Questi Sconosciuti

Elena Scaltriti

“Maybe it’s too late for intellectual debate, but a residue of confusion remains.” Così esordisce Greg Graffin in “Atheist peace”, una delle più celebri canzoni dei Bad Religion, band americana che suona punk rock da un buon trentennio (caldamente consigliati). Nonostante il titolo possa trarre in inganno, il testo della canzone rende perfettamente quell’alone di mistero misto a timore che circonda la figura dell’ateo, soprattutto in Italia.

Mangiano i bambini? Sono libertini? Hanno levato le ancore dal porto sicuro della moralità per far rotta verso un futuro ancor più dissoluto e privo di punti di riferimento? Questi sono solo alcuni degli interrogativi che circolano attorno agli atei, i quali non fanno molto per chiarire la situazione agli occhi del credente medio, ormai convinto che sia più facile vincere al superenalotto che trovare un ateo in carne e ossa sul posto di lavoro. In realtà, ciò che rimane sconosciuto ai più è che gli atei non sono affatto una specie in via d’estinzione sul suolo italiano. Secondo i dati riportati dall’UAAR (Unione degli Atei Agnostici e Razionalisti), si è passati dal 5,2% del 1987 al 18% del 2003 sull’intera popolazione e il fenomeno non manifesta segni di arresto. Siamo quindi pienamente legittimati a chiederci quali siano le caratteristiche tipiche e le motivazioni del giovane ateo italiano.

Croce e delizia del Belpaese, la famiglia gioca un ruolo di punta nel processo di socializzazione religiosa fin dall’infanzia. Si tratta di una sorta di “legge di inerzia” che porta l’orientamento religioso della famiglia d’origine ad auto-riprodursi nelle generazioni successive. È facile intuire, quindi, come i giovani atei nascano e crescano solitamente in nuclei familiari in cui almeno uno dei genitori si attesta su posizioni di ateismo e altrettanto ragionevole è la connessione con situazioni segnate da separazioni, divorzi e matrimoni civili. Inoltre, ricerche di carattere sociologico condotte da professori dell’università Cattolica di Milano hanno rilevato che gli atei sono presenti soprattutto nel Nord-Ovest e nel Centro e tendono ad avere titoli di studio più alti, tanto tra gli intervistati quanto tra i loro genitori. A questo si unisce una maggiore partecipazione in associazioni e partiti, con un’estremizzata auto-collocazione politica a sinistra e la diffusione di un’immagine più ampia della politica, percepita non soltanto come “tutela dei propri interessi”, ma anche come “dovere di ogni cittadino”.

Eppure qualcosa non torna. Il 18% di 60 milioni di abitanti equivale a quasi 10 milioni di italiani. Chiunque storcerebbe il naso di fronte a queste cifre: dove sono tutti questi atei? Formerebbero un più che nutrito esercito in seno alla nazione che ospita la sede della chiesa cattolica e avrebbero i numeri per far valere le loro posizioni. Invece latitano (che siano rinchiusi nelle segrete del Vaticano?). Si perdono nella “atheist peace” di cui parla Graffin e si convincono, con rassegnazione, che non valga la pena far sentire la propria voce, animati dall’italianissimo “tanto non cambierebbe nulla”. L’ateo fatica a giocare a carte scoperte e, quando trova il coraggio di farlo, le occhiate si dividono tra quelle colme di pietà e quelle in cui guizza il germe del sospetto. Parlerei di “omertà dell’ateismo” in Italia, un sapere e non sapere allo stesso tempo, un “so che sei ateo, ma non ti preoccupare: non lo dirò a nessuno”.

Anche per combattere questo torpore, è nata l’Unione degli Atei Agnostici e Razionalisti (UAAR), l’unica associazione nazionale con lo scopo di rappresentare i cittadini atei e agnostici italiani. Diverse le personalità che vi hanno aderito, da Margherita Hack a Danilo Mainardi, fino a Piergiorgio Odifreddi e altrettanto varie le iniziative organizzate, come la campagna degli autobus “atei”, il progetto per l’ora alternativa a quella di religione nelle scuole e lo sbattezzo.

Parlando da atea che frequenta un’università cattolica -in quale paradosso spazio-temporale mi sono cacciata, grande Giove!- non posso far altro che sperare che gli atei italiani si sveglino dal sonno in cui sono piombati e si rendano conto che non c’è niente di peggiore che vergognarsi delle proprie posizioni e nascondere la testa sotto una coltre di indifferenza e rassegnazione.

giovedì 19 novembre 2009

Eppur Si Muove?

Filip Stefanovic

Chiunque si sia mai minimamente occupato di economia conosce la teoria dei giochi, e più precisamente un concetto di risoluzione definito equilibrio di Nash, dal famoso matematico John Nash, quello di Russell Crowe in A beautiful mind, per intenderci. Secondo questo modello, i vari giocatori sono perfettamente informati sulle diverse strategie che gli altri partecipanti possono adottare, ed il profilo risultante è tale che nessuno dei giocatori può trarre ulteriore vantaggio nel cambiare la strategia messa in atto, a patto che gli altri concorrenti non modifichino le loro.

Riflettevo così l’altro giorno, in maniera piuttosto disimpegnata, riguardo al sistema politico italiano, e pensavo a come fossero passati già quindici anni - per la precisione era il 10 maggio 1994 - dal primo insediamento a Palazzo Chigi di Silvio Berlusconi. Per rendere forse meglio il concetto, vorrei ricordare che in quella data alla presidenza degli Stati Uniti sedeva Bill Clinton, in Francia François Mitterrand, in Germania Helmut Kohl, ancora in carica al primo governo sulla scia della riunificazione tedesca, in Russia Boris Eltsin... Insomma, nomi che nell’immaginario comune, per i tempi della politica, appartengono al passato remoto. In un articolo di pochi giorni fa, Gianmario Pisanu ricordava come solo nella Seconda repubblica si siano già succeduti dieci governi, mentre l’attuale scricchiola tanto da tenerne i ministri svegli la notte. Al contempo è però importante ricordare che a parte pochi noti, il riciclo di nomi, sia delle più alte cariche che non, è stato tale da causare ben poche sorprese e rinnovamenti, non dico da un governo all’altro (di sinistra o destra che fosse), ma anche da una Repubblica all’altra. Così, a parte la paralisi politica dettata dalla sua endemica fragilità, si nota ben poca discontinuità, segno sempre di radicati cambiamenti in atto, col passare di governi e legislature. Pare proprio che l’Italia, o meglio le forze sociali, politiche ed economiche al suo interno, abbiano trovato un punto d’equilibrio - più o meno riuscito - dal quale non hanno ragione di spostarsi. Più il tempo passa, più gli storici problemi della penisola appaiono quanto mai cronici, dalla corruzione, alla giustizia, alla collusione tra Stato e mafie, al parassitismo, nepotismo, all’autoreferenzialità della classe politica. Il punto morto nel quale si è incagliata l’Italia è come un tumore che vegeta, e pian piano colpisce anche le cellule sane che lo circondano. Il risultato è l’apatia, la sfiducia ed il totale scoraggiamento dei cittadini, che ben consci dell’aria che tira e col fiuto affinato da secoli di servaggio, non fanno nulla perché questa situazione migliori, ma tentano a loro volta, nel loro piccolo, di trarre qualche vantaggio dall’inefficienza generale, per non pagare tasse, imposte, od anche solo un biglietto dell’autobus. Poiché la classe dirigente è la prima a (non) farlo, non si comprende perché il singolo cittadino, che in una vita non guadagnerà forse quanto taluni evadono in un anno, debba prodigarsi tanto nel rispettare come un pollo qualsiasi balzello gli venga imposto, aumentando soltanto l’entropia ed il senso di inaffidabilità dell’insieme.

È certamente vero che dovrebbe essere l’uomo politico, per primo ed autonomamente, a dare l’esempio e puntare sulla trasparenza educativa, ma appurato oramai da anni che ciò non avviene, questa colpa perde valore di scusante per il singolo. Se ognuno di noi, nel suo piccolo e senza alcun tornaconto immediato, si prodigasse nel fare, se non bene, meglio, potrebbe cambiare qualcosa? Potrebbero, forse, gli altri giocatori capire che le scelte stanno cambiando, e che la propria strategia non è più quella vincente, ma un’altra, forse più vantaggiosa per la comunità tutta? Potrebbe addirittura rivelarsi il tramonto di una classe politica, palesemente inadatta a rispondere alle esigenze di una società più pretenziosa della nostra? Oggi più che mai si punta su parole quali libertà e democrazia, più a colmare il baratro della sfiducia nello strumento politico che per una reale coscienza di concetto. Il risultato è solo uno schietto individualismo, con la più grave conseguenza di nascondere qualsivoglia progetto futuro, una visione a lungo termine, una meta verso la quale tendere il sistema paese. Ma senza una rotta precisa, sino a quando la nave potrà restare in mare aperto? E, quando si troverà ad attraccare, siamo sicuri che sarà in prossimità di un porto nel quale riparare?

Così sfiduciato, mi trovo poi a leggere giornali serbi, la ben più grave stagnazione del mio paese natale, mi dico come in fondo l’Italia non stia messa tanto male, e, con una botta d’ottimismo, che anche le pretese che ognuno pone verso lo stato in cui vive siano proporzionali allo sviluppo conseguito; come ciò che a noi, qui, può apparire grave, sia in realtà meno peggio di quanto sembri. Eppure non credo che il benchmark italiano debba essere la Serbia, quanto piuttosto Germania, Francia o Regno Unito. Ecco, forse me le annoto, per la prossima volta che mi toccherà di emigrare.

No Taxation Without Representation

Diego Zunino

Era appena trascorso il mio primo giorno di Università da studente del terzo anno, il pretenzioso Euro City -agglomerato di vagoni più o meno riportati alla decenza da almeno trent'anni- diretto a Nizza stava ormai lasciando la Stazione Centrale di Milano.

Vecchi scompartimenti, sedili polverosi: sovraffollatissima (alquanto pretenziosa) prima classe che sfruttava gli ultimi sgoccioli d'estate. È stato in questo ambiente squisitamente naif che ho iniziato a ripensare in un'altra prospettiva alla legge elettorale.

L'elegante signora di mezza età dinanzi a me chiede cordialmente indicazioni per le Cinque Terre, quali coincidenze ed altre amenità simili; dal suo accento ispanico mi rendo conto che è straniera: dell'Uruguay per la precisione, mi racconta di tutto sulla sua vita da quando ha lasciato l'Italia alla volta di Montevideo, al fratello che mai ha voluto sapere più nulla del paese natio fino a un bollettino tragicomico sui morti di influenza A nel suo paesino di 700 anime.

Tra le tante chiacchiere per ammazzare una sgradevole ora di tempo mi è rimasta impressa una cosa che mi ha detto con aria quasi ironica "Dell'Italia mi arrivano gli avvisi che debbo andare a votare, ma io non so nulla del vostro Paese, né dei partiti né delle persone. Non sono mai andata a votare, né tanto meno mio fratello che, si figuri, l'avete pure fatto Console Onorario. Che ci vuole fare, non mi sembra nemmeno giusto: io da voi mica pago le tasse, perché devo potere votare?".

Ecco, mi è tornata in mente la protesta dei coloni americani: no taxation without representation. Chi ha la doppia cittadinanza e magari in Italia non c'è mai stato, perché deve votare?
A mio parere il voto degli “Italiani all'estero” suona come il volere malinconicamente imitare chi possiede ancora residui di colonie (es. I territori d'Oltremare in Francia) che fanno parte della nazione, evocando invece forse residui di emigranti dei tempi che furono.

La legge che è stata oggi proposta prevede invece di permettere il voto financo alle elezioni comunali ai cittadini extracomunitari immigrati e residenti da più di cinque anni, inoltre citando il Corriere: dà la possibilità agli immigrati di essere eletti consiglieri e di fare parte della giunta con l'esclusione delle cariche di vicesindaco e, ovviamente (?), di sindaco.

La proposta di legge è, altrettanto ovviamente per il buon Calderoli, “un attentato alla democrazia”, mentre per l'(ex) compagno Cicchitto “inaccettabile […] senza che la presidenza del gruppo sia stata interpellata […] senza che rientri negli impegni di governo”.

Ho imparato oggi una memorabile lezione di diritto costituzionale, in Italia:

· Immigrati residenti in Italia da cinque o più anni regolarmente attentano alla democrazia se pagando tasse dirette (il lavoro prestato) e indirette (l'IVA), con i figli che parlano un italiano migliore di tanti italiani perché hanno studiato nelle nostre scuole dove hanno pagato ivi le tasse di iscrizione possono volere ardire di scegliersi un consigliere comunale, piuttosto che non votare rimanendo vittima di scelte che li penalizzano magari in quanto ceto socialmente più debole.
· I nostri compatrioti che parlano con accento ispanico o americano, non pagano nessuna tassa -e certo, le rimesse non sono più quelle di una volta- ma possono scegliersi ben dodici deputati e sei senatori. (http://bit.ly/8aVjOh)
· I Parlamentari hanno il divieto di mandato imperativo nei confronti di chi li ha eletti ma non verso chi li ha nominati, o è stato nominato insieme a loro ma meglio.

Suggerisco ai tanti immigrati lesi da chi li accusa, loro, di attentato alla democrazia che in caso di loro inclusione in una lista civica, invece di chiamarla con i soliti nomi propri del civismo si fregino di un suggestivo: “Albissola (o comune interessato) Tea Party” .