Simone Signore
Per molti il comportamento degli ultimi tempi di Massimo D’Alema, recentemente bocciato per la nomina di Ministro degli Esteri Europeo (e dal prossimo martedì, nuovo presidente del Comitato
Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica, COPASIR), e di Nichi Vendola, ex-governatore della Puglia nonché portavoce di Sinistra Ecologia Libertà, appare come l’ennesimo ingiustificato hara-kiri politico, che rende l’arte del disaccordo il vero tallone d’Achille del PD. Eppure, a ben vedere, la faccenda potrebbe non essere così irrilevante.
Benché D’Alema smentisca l’ipotesi “inciucista” che avrebbe portato ad un’alleanza pugliese PD-UDC nel nome di Francesco Boccia, vi sono numerosi indizi che portano a considerazioni in senso opposto. Insomma, per citare Andreotti, “a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”.
Si dà il caso infatti che il suocero di Pierferdinando Casini sia l’imprenditore Gaetano Caltagirone, decimo uomo più ricco d’Italia, che possiede il 7,5% di ACEA SpA (Azienda Comunale Energia e Ambiente), la quale ha già da molto tempo puntato gli occhi sull’acquedotto pugliese per mezzo delle azioni del suo amministratore delegato, Marco Staderini, ex Lottomatica ed ex CdA RAI, anch’egli legato da intima amicizia con Casini. A rinforzare la catena di relazioni troviamo Andrea Péruzy, consigliere di ACEA per conto dell’azionista francese Suez e segretario generale della dalemiana Fondazione Italianieuropei. Questi legami a doppio filo si concretizzano nella scelta di opporre a Vendola l’economista Francesco Boccia (MBA Bocconi n.d.r.), peraltro già sconfitto da Vendola nel 2005 per poco più di 1200 voti.
In un’intervista ad un giornalista de “La Gazzetta del Mezzogiorno” Boccia dichiara infatti che “Se l’acqua (fosse) pubblica, la Regione (…) dovrebbe darla gratis a tutti e, invece, in Puglia si pagano le tariffe più alte. Per questo sono per la statalizzazione delle imprese che detengono il patrimonio delle principali utilities, ma sulla gestione no: pretendo che le famiglie del San Paolo di Bari (n.d.r quartiere popolare ad alto tasso di disoccupazione e microcriminalità) non paghino nulla e i benestanti come me e Vendola paghino di più. E, per farlo, occorre aprire le porte della gestione alla competizione tra privati, pur tutelando la maggioranza in mano pubblica".
Vendola, dal canto suo, ha sempre rivendicato la necessità di mantenere il servizio idrico nelle mani dell’amministrazione pubblica: “Noi non consentiremo un esproprio di un bene che e' un vanto, un orgoglio. L'Acquedotto pugliese e' un grande bene pubblico, l'acqua che da' ai cittadini e' un diritto universale. Noi ci metteremo di traverso, lo faremo con tutte le nostre forze, contro ogni disegno per regalare a qualche multinazionale francese o americana un bene pubblico come quello pugliese”. Contro la volontà di Vendola si inserisce però il Decreto Ronchi dello scorso novembre, che stabilisce l’affidamento della gestione dei servizi idrici ai privati entro il 2011.
È dunque iniziata la guerra dell’oro Blu?
Benché gli intenti espressi da Boccia siano più che encomiabili, numerosi studi sulla transizione da gestione pubblica a gestione privata delle Water Utilities hanno prodotto risultati poco gratificanti. I casi più eclatanti sono il Ghana, dove la PPP (Partnership Pubblico Privato) fondata dal governo ed alcune multinazionali ha raddoppiato il costo dell’acqua, fino ad arrivare a costituire un decimo del guadagno medio giornaliero; anche a Cochabamba, in Bolivia, dopo l’avvento del consorzio Aguas del Tunari (tra cui la statunitense Bechtel e l’italiana Edison) i prezzi aumentarono del 20%-30% sino a costituire un quarto del reddito mensile. Anche le città di Cancun, Saltillo, and Aguas Calientes in Messico hanno storie differenti in cui la costante è un aumento indiscriminato dei prezzi (dal 32%-68% o più) ed addirittura il rischio di bancarotta delle imprese operanti (come ad esempio la francese Vivendi, che ad Aguas Calientes nel 1994 rischiava il fallimento, salvo poi rinegoziare con la pubblica amministrazione un contratto trentennale ancora più vantaggioso).
Avvicinandosi un po’, troviamo i due casi documentati da Report (che consiglio a tutti di vedere: http://bit.ly/8NSf6G) di Arezzo (con la multinazionale francese Suez), dove i prezzi sono raddoppiati una prima volta con l’avvento del servizio privato ed una seconda a causa del cambio truffaldino 1:1 con l’euro, o di Aprilia con AcquaLatina SpA (in cui figura proprio la ACEA) in cui si documentano aumenti dal 50% al 3300% (33 volte tanto!), con la nascita di un gruppo di 5000 e più cittadini che si rifiutano di pagare le bollette esponendosi al rischio di vedersi chiudere fisicamente i rubinetti.
Insomma, molta cautela è necessaria quando si approccia il discorso della privatizzazione dell’acqua: è evidente che, trattandosi di un mercato che si configura come monopolio naturale (data la presenza di altissimi costi d’entrata ed enormi economie di scala e di scopo), il passaggio da prezzo politico a prezzo di monopolio porta inevitabilmente ad un aumento di livello dei prezzi, e sebbene questo possa essere contrastato da una efficiente normativa, non sono escludibili effetti collaterali. Lo dimostra il caso di AQP, la SpA che gestisce proprio l’Acquedotto Pugliese, che si è rifiutata di investire nelle proprie infrastrutture dopo che era stato bloccato il tentativo di ritoccare all’insù del 10% i propri prezzi. E aumenterebbe anche il rischio d’impresa, come ci dice la notizia che sempre AQP abbia rischiato di perdere 250 milioni di euro in obbligazioni di Ford, Chrysler e General Motors nei mesi caldi della crisi.
È vero, gli effetti sono piuttosto eterogenei, e come spiega uno studio piuttosto ottimista commissionato nel 2007 dalla Inter-American Development Bank ed effettuato sul territorio colombiano, la privatizzazione del servizio porta ad un sicuro aumento dei prezzi solo per l’ultimo quintile (i.e. il 20% della popolazione ordinata per reddito, ovvero i più poveri), mentre per gli altri il risultato non è anticipabile. E qui pare di intravedere una filosofia interpretata magistralmente dalla battuta attribuita ad Ettore Petrolini: “Bisogna prendere il denaro dove si trova: presso i poveri. Hanno poco, ma sono in tanti”.
Per molti il comportamento degli ultimi tempi di Massimo D’Alema, recentemente bocciato per la nomina di Ministro degli Esteri Europeo (e dal prossimo martedì, nuovo presidente del Comitato Benché D’Alema smentisca l’ipotesi “inciucista” che avrebbe portato ad un’alleanza pugliese PD-UDC nel nome di Francesco Boccia, vi sono numerosi indizi che portano a considerazioni in senso opposto. Insomma, per citare Andreotti, “a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”.
Si dà il caso infatti che il suocero di Pierferdinando Casini sia l’imprenditore Gaetano Caltagirone, decimo uomo più ricco d’Italia, che possiede il 7,5% di ACEA SpA (Azienda Comunale Energia e Ambiente), la quale ha già da molto tempo puntato gli occhi sull’acquedotto pugliese per mezzo delle azioni del suo amministratore delegato, Marco Staderini, ex Lottomatica ed ex CdA RAI, anch’egli legato da intima amicizia con Casini. A rinforzare la catena di relazioni troviamo Andrea Péruzy, consigliere di ACEA per conto dell’azionista francese Suez e segretario generale della dalemiana Fondazione Italianieuropei. Questi legami a doppio filo si concretizzano nella scelta di opporre a Vendola l’economista Francesco Boccia (MBA Bocconi n.d.r.), peraltro già sconfitto da Vendola nel 2005 per poco più di 1200 voti.
In un’intervista ad un giornalista de “La Gazzetta del Mezzogiorno” Boccia dichiara infatti che “Se l’acqua (fosse) pubblica, la Regione (…) dovrebbe darla gratis a tutti e, invece, in Puglia si pagano le tariffe più alte. Per questo sono per la statalizzazione delle imprese che detengono il patrimonio delle principali utilities, ma sulla gestione no: pretendo che le famiglie del San Paolo di Bari (n.d.r quartiere popolare ad alto tasso di disoccupazione e microcriminalità) non paghino nulla e i benestanti come me e Vendola paghino di più. E, per farlo, occorre aprire le porte della gestione alla competizione tra privati, pur tutelando la maggioranza in mano pubblica".
Vendola, dal canto suo, ha sempre rivendicato la necessità di mantenere il servizio idrico nelle mani dell’amministrazione pubblica: “Noi non consentiremo un esproprio di un bene che e' un vanto, un orgoglio. L'Acquedotto pugliese e' un grande bene pubblico, l'acqua che da' ai cittadini e' un diritto universale. Noi ci metteremo di traverso, lo faremo con tutte le nostre forze, contro ogni disegno per regalare a qualche multinazionale francese o americana un bene pubblico come quello pugliese”. Contro la volontà di Vendola si inserisce però il Decreto Ronchi dello scorso novembre, che stabilisce l’affidamento della gestione dei servizi idrici ai privati entro il 2011.
È dunque iniziata la guerra dell’oro Blu?
Benché gli intenti espressi da Boccia siano più che encomiabili, numerosi studi sulla transizione da gestione pubblica a gestione privata delle Water Utilities hanno prodotto risultati poco gratificanti. I casi più eclatanti sono il Ghana, dove la PPP (Partnership Pubblico Privato) fondata dal governo ed alcune multinazionali ha raddoppiato il costo dell’acqua, fino ad arrivare a costituire un decimo del guadagno medio giornaliero; anche a Cochabamba, in Bolivia, dopo l’avvento del consorzio Aguas del Tunari (tra cui la statunitense Bechtel e l’italiana Edison) i prezzi aumentarono del 20%-30% sino a costituire un quarto del reddito mensile. Anche le città di Cancun, Saltillo, and Aguas Calientes in Messico hanno storie differenti in cui la costante è un aumento indiscriminato dei prezzi (dal 32%-68% o più) ed addirittura il rischio di bancarotta delle imprese operanti (come ad esempio la francese Vivendi, che ad Aguas Calientes nel 1994 rischiava il fallimento, salvo poi rinegoziare con la pubblica amministrazione un contratto trentennale ancora più vantaggioso).
Avvicinandosi un po’, troviamo i due casi documentati da Report (che consiglio a tutti di vedere: http://bit.ly/8NSf6G) di Arezzo (con la multinazionale francese Suez), dove i prezzi sono raddoppiati una prima volta con l’avvento del servizio privato ed una seconda a causa del cambio truffaldino 1:1 con l’euro, o di Aprilia con AcquaLatina SpA (in cui figura proprio la ACEA) in cui si documentano aumenti dal 50% al 3300% (33 volte tanto!), con la nascita di un gruppo di 5000 e più cittadini che si rifiutano di pagare le bollette esponendosi al rischio di vedersi chiudere fisicamente i rubinetti.
Insomma, molta cautela è necessaria quando si approccia il discorso della privatizzazione dell’acqua: è evidente che, trattandosi di un mercato che si configura come monopolio naturale (data la presenza di altissimi costi d’entrata ed enormi economie di scala e di scopo), il passaggio da prezzo politico a prezzo di monopolio porta inevitabilmente ad un aumento di livello dei prezzi, e sebbene questo possa essere contrastato da una efficiente normativa, non sono escludibili effetti collaterali. Lo dimostra il caso di AQP, la SpA che gestisce proprio l’Acquedotto Pugliese, che si è rifiutata di investire nelle proprie infrastrutture dopo che era stato bloccato il tentativo di ritoccare all’insù del 10% i propri prezzi. E aumenterebbe anche il rischio d’impresa, come ci dice la notizia che sempre AQP abbia rischiato di perdere 250 milioni di euro in obbligazioni di Ford, Chrysler e General Motors nei mesi caldi della crisi.
È vero, gli effetti sono piuttosto eterogenei, e come spiega uno studio piuttosto ottimista commissionato nel 2007 dalla Inter-American Development Bank ed effettuato sul territorio colombiano, la privatizzazione del servizio porta ad un sicuro aumento dei prezzi solo per l’ultimo quintile (i.e. il 20% della popolazione ordinata per reddito, ovvero i più poveri), mentre per gli altri il risultato non è anticipabile. E qui pare di intravedere una filosofia interpretata magistralmente dalla battuta attribuita ad Ettore Petrolini: “Bisogna prendere il denaro dove si trova: presso i poveri. Hanno poco, ma sono in tanti”.
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