Alessio Mazzucco
Andare a votare è un diritto inviolabile, un dovere sacro. Andrò. Ma quella scheda mai conoscerà la crocetta sul simbolo, né il nome della mia preferenza; vedrà scritto: "Dorme quello spirto guerrier ch'entro mi rugge". Retorica? No. Se proprio devo annullare la scheda, l'annullerò con stile. Perché annullare e non tapparsi il naso e votare il meno peggio, votare contro mr B., votare con la speranza di un mondo migliore, di una politica più positiva, di un cambiamento di cui possiamo tutti farci partecipi. Balle. Questo raccontano ogni elezioni, questo ci dicono. Eppure chi ha mai ascoltato discorsi davvero inerenti all'elezioni in proposito? Il 2008 era un referendum "Governo Prodi sì/no", il 2009 "Berlusconi sì/no", adesso "Berlusconi sei mitico/ vai a farti processare". Dico davvero.
Sono riusciti a farmi disinnamorare della politica. Amore direte voi? Be, perchè no? L'unica attività che ci permette di vivere in comunità, di essere solidali e uniti con il prossimo, d'aiutare il più debole, dare a tutti la possibilità di esprimersi, è la politica. Brutta cosa? Non mi pare. Eppure cosa ci propinano, cosa ci dicono? Siamo seri. Mi sono ritrovato, un paio di settimane fa, a partecipare alla presentazione di Tinto Brass come candidato Radicale in un locale milanese, poi, nella stessa sera, in una festa PD organizzata da un giovane candidato alle regionali. Cosa ci facevo lì? M'avevano attirato con l'idea di fare un po' di festa: sapeste cosa m'importa di un candidato regionale del PD, quel grande partito che dovrebbe essere il nostro centro-sinistra (dio ci salvi!). Detto questo che è accaduto? Be, nel primo il livello d'intellettualismo raggiunto è stato così nauseante che i Radicali hanno perso il mio voto (non sono radicale, ma tra tutti eran quelli che s'impegnavano di più); diciamo che la "filosofia sul culo" del signor Brass non mi ha fatto granché effetto. E non parliamo di un detto scrittore che ad un tratto si definisce "Anarchico fascista", seguito da una frase che pulsava forte nella mia testa e che gridava: "Ma cosa sta dicendo questo?". Nel secondo il livello di buonismo e cliché era piuttosto alto; musiche di sinistra con nessuno che ballava, battute politiche scontate e tristi, il volantino del giovane candidato che altro non permetteva di commentare se non: "Ragazzo mio, mettici un po' di palle perfavore o quelli della Lega ti mangiano, te l'assicuro". Ma chi sono io per parlare? Di sicuro un elettore, quindi posso esprimere liberamente la mia opinione.
Mi si dice che per portare il cambiamento bisogna far piccoli passi alla volta. Io non faccio molto, ma quando chi mi critica darà volantini autofinanziati al freddo, metterà in gioco il suo tempo, la sua faccia, altri impegni per un progetto politico, per un'idea, per una qualche lotta all'acqua di rose, allora mi potrà dire quale via per il cambiamento sarà la migliore. Non inganniamoci: solo quando ei sarà, siccome immobile, dato il mortal sospiro, solo allora potremo dire che possibilità di cambiamento s'apriranno davanti ai nostri occhi. Vere possibilità? Non credo. Alla fine, cosa è accaduto dopo Tangentopoli, il momento più catartico della Repubblica Italiana? Chi ha potuto si è riciclato, chi aveva i mezzi è sceso in campo, un sistema che doveva essere mondato si è rigenerato, e stavolta in modo più sottile. Quello è il cambiamento all'italiana.
Del resto, in un Paese dove il 30% dei lavoratori evade le tasse, una quantità di denaro pari al 5% del PIL gira nel circuito della corruzione, dove chi non riesce a prendere una certificazione, a passare un esame, va in un certo posto dove può pagarlo o sa che è più semplice, dove solo una frazione minima delle persone dichiara più di 100000 euri annui di reddito (mi pare intorno all'1%), dove i giornalisti si schierano, i magistrati vengono dichiarati comunisti, dove il Presidente della Repubblica viene tirato per la giacca prima dagli uni poi dagli altri, dove si mente sui dati in modo tanto palese che neanche il menzognero riesce a convincersi di quando dichiara, dove chi manifesta molto spesso non sa neanche perché lo stia facendo, dove le persone che credono nella politica, nel cambiamento vengono deluse di continuo, cosa si può sperare di un Paese così? Cosa si può sperare in un Paese dove parole, etichette e promesse vengon confuse in un calderone ribollente, vomitate su un pubblico attonito, dove prescrizione viene confusa con assoluzione, dove l'80% delle persone s'informa solo tramite una scatoletta magica detta comunemente televisione, dove chiunque può sparare ciò che vuole in qualsiasi momento senza un serio contraddittorio e una ferma opposizione?
Non so quanto questo giornale andrà avanti, sarò sincero con voi. Del resto, il vino buono viene prodotto laddove le vigne sono ben curate, i vitigni ben potati, il terreno ben fertilizzato. Se mai riusciremo a riprenderci, a ricominciare, sarò felice di scrivere ancora opinioni, riflessioni e brevi e incomplete analisi. Se tutto questo, invece, si spegnerà silenzioso, sono felice d'aver partecipato all'avventura breve di un solo anno, sicuro che mi mancherà. E questo è il mio saluto.
Che dire? Dopo tanto sfogo, forse qualcuno potrebbe dire: "E tu che faresti?". Non ho un programma, né un'idea completa su cosa si potrebbe fare in questo Paese. Rispondere alla domanda "Che fare?" del fu Silone mi troverebbe impreparato, troppo presuntuoso se tentassi una risposta. Posso dire solo "Onesti di tutt'Italia, unitevi".
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