martedì 29 dicembre 2009

Trionfo D'Amore

Filip Stefanovic

Silvio Berlusconi è un corruttore di giudici e ufficiali della Guardia di Finanza.
Silvio Berlusconi è un evasore fiscale.
Silvio Berlusconi ha avuto stretti rapporti con la mafia.
Silvio Berlusconi detiene la maggior parte dei canali d’informazione in Italia e ha una forte, spesso predominante influenza sui restanti.
Silvio Berlusconi ha ridotto le istituzioni a bieca merce di scambio, offrendo le più alte cariche, come ad esempio quella di Ministro per le pari opportunità, a donne avvenenti senza alcuna preparazione politica in cambio di prestazioni sessuali. Sesso orale, per la precisione.
Silvio Berlusconi è un pedofilo. O almeno, la performance canora di Noemi Letizia di questi giorni [1] dimostra che certamente i loro incontri non potevano essere incentrati, come all’epoca dichiarato [2], sul pianoforte e sul karaoke (a meno che il Premier non sia anche masochista: Silvio Berlusconi è un masochista?).
Silvio Berlusconi...

“Credo che a tutti sia chiaro che se di un presidente del consiglio si dice che è un corruttore di minorenni, un corruttore di testimoni, uno che uccide la libertà di stampa, che è un mafioso, addirittura uno stragista, un tiranno, è chiaro che in una mente labile, e purtroppo ce ne sono in giro parecchie, diventare tirannicidi vuol dire essere eroi nazionali e fare il bene della propria patria e dei propri concittadini e quindi acquisire un merito e una gloria importante” Silvio Berlusconi, 20 dicembre 2009 [3].

Secondo questa dichiarazione, contornata da esternazioni non meno memorabili come quella dell’On. Cicchitto alla Camera [4], mi posso ritenere di diritto complice dei “mandanti morali” di (futuri) attacchi violenti contro il Presidente del Consiglio, o fors’anche la maggioranza in solido. Certo, non ho pretesa di ergermi ad opinion maker, né l’idea che ciò che io dica o scriva possa avere lo stesso ascendente di giornalisti di stampa nazionale o televisivi (che, per altro, raramente mi pare abbiano esternato giudizi categoricamente espliciti): già mesi fa palesai i motivi per cui ritengo senza mezzi termini quello di Berlusconi un regime liberticida [5]. Ciò nondimeno, un clima d’odio (cit.) non nasce da quattro bocche aperte dall’alto, ma si forma come concerto di voci, tiepida aria che insistentemente, senza prepotenza, si insinua in ogni minima fessura della società civile, e quando t’accorgi che la temperatura è cambiata, beh, è già cambiata. Quindi, nel mio piccolo, io contribuisco a fomentare questa campagna d’odio. Cosciente di ciò, concludo: diverse delle cose che ho detto si basano su fatti accertati in sede giudiziale [6]. Altre non sono state provate oltre ogni ragionevole dubbio, ma sono, a mio avviso, sufficientemente concrete da poter essere avallate o perlomeno, considerata la gravità delle accuse e la posizione pubblica dell’accusato, necessariamente dibattute sino al loro completo chiarimento.

È forse questo terrorismo mediatico? Attentato alle istituzioni? Impedimento al buon governo del paese? È bieco giustizialismo? Incitamento all’odio? In una libera democrazia parrebbero dubbi leziosi, in Italia dividono anche l’opposizione.

Qual è esattamente il confine tra la libera critica, anche piccata critica, e la fomentazione all’odio, alla rabbia? Tra la libertà di espressione e di dissenso (o espressione del dissenso), e il rispetto delle istituzioni? Proprio in nome di questa libertà, sono pronto a sottoscrivere ognuna delle mie precedenti dichiarazioni, ma, in cuor mio, là dove non esiste altro che la mia parola e dove solamente io posso sapere se mento o se sono sincero, in tutta onestà dico di non odiare Silvio Berlusconi. Né come uomo, né come politico. Lo ritengo una malattia per la democrazia, un elemento da estirpare politicamente in quanto nuoce gravemente al bene del paese, eppure non ho mai pensato, detto o anche solo sperato in segreto di vederlo sanguinante, ferito o decisamente morto. Ma proprio per questa ragione, per non avere mai espresso una così forte passione nei suoi riguardi, non mi sento oggi di dover esplicare la mia solidarietà nei confronti di Berlusconi. Non comprendo perché il suo volto sanguinante dovrebbe placare il mio dissenso nei confronti del suo operato politico, la piena opposizione al suo governo, la denuncia del suo aperto tentativo di scardinare le basi costituzionali del paese per l’unico dichiarato intento di salvarsi da procedimenti penali che interferiscono col suo mandato governativo (e non solo). Non sento la necessità di dover esplicitare testualmente la condanna di quell’atto violento, perché non accetto l’idea che tale scelta venga automaticamente associata a una palese approvazione di quanto accaduto! La vera strumentalizzazione è quella che vede politici di ogni sponda e colore (tranne Di Pietro, che per questo è passato per belva sanguinaria) doversi rincorrere a chi dimostra maggiore pietà e vicinanza umana, tendere la mano al capezzale del moribondo in una teoria senza fine, che va dagli amici, ai colleghi, ai dipendenti giù giù fino al popolo, che si sa, è sempre quello dall’animo più sincero e genuino. Così oggi, noi ancora pieni della vista del suo sangue e Lui ancora convalescente, vediamo questa mano tendersi magnanima, carica di solo Amore. È però – ed è qui che s’innesta la sottile trappola – non un amore incondizionato, il perdono del gesto inconsulto e magari l’assunzione delle proprie responsabilità. È invece la carezza che si offre al cane appena bastonato, il sorriso ad un bambino da poco castigato, un gesto che ammiccante offre futura protezione, ma solo a date condizioni: che non si morda più il padrone, non si risponda più male a papà, o, fuor di allegoria, si smetta di criticare e ostacolare il Presidente del Consiglio, affinché possa finalmente raggiungere quegli obiettivi che da mesi insegue, e che hanno finora trovato per strada un inusitato numero d’ostacoli.

Sono queste le ragioni per cui la nuova politica dell’amore non è altro che l’ennesima forma di ricatto, più subdola che mai proprio perché mascherata con una parola di potente impatto, che a tutto si riferisce tranne che alle reali intenzioni del suo promulgatore. Chi osasse ergersi contro un così forte messaggio di pace sa già che ciò risulterebbe doppiamente dannoso: a livello personale, in quanto segno di umana ottusità verso i dolori altrui, e politicamente, perché prova di quanto la sinistra sia spietata e rancorosa nel fomentare il suo cieco odio nei confronti di Berlusconi. Ricorda per certi aspetti il meccanismo dipinto da Orwell, dove proprio al Ministero dell’Amore spettava, in 1984, l’ingrato compito di reprimere ogni forma di dissenso. A noi non serve tutto un dicastero, basta un partito.

[1] http://www.youtube.com/watch?v=tJyGk9vt_28&fmt=18
[2] http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/politica/2009/28-aprile-2009/ecco-noemi-diciottenne-che-chiama-berlusconi-papi-1501304940417.shtml
[3] http://www.corriere.it/politica/09_dicembre_20/berlusconi_avanti_bene_paese_495a1170-ed58-11de-9ea5-00144f02aabc.shtml
[4] http://www.youtube.com/watch?v=kFJkYbSTUmE&fmt=18
[5] http://filste.wordpress.com/2009/06/08/regime/
[6] http://it.wikipedia.org/wiki/Procedimenti_giudiziari_a_carico_di_Silvio_Berlusconi

mercoledì 23 dicembre 2009

Vacanze Natalizie

Alessio Mazzucco

È da tanto tempo che non si scrive su questo “giornale”. Forse troppo. Presi dal vortice degli eventi siamo scomparsi un po’ tutti. Io in primis; me ne dolgo. Eppure di avvenimenti ne sono accaduti, tante le novità dell’ultimo periodo! Novità strane, preoccupanti, certamente fonte d’ispirazione per scrivere. E invece…

Che dire? Stiamo assistendo al tracollo definitivo delle Istituzioni in questo nostro amato/odiato Paese e noi restiamo a guardare. Basiti, preoccupati, indifferenti, non ha importanza. Noi guardiamo, ne discutiamo magari, ma alla fine della proiezione, quando le luci in sala si riaccendono, ognuno per sé, si torna a casa. Mi ricordo, senza citare a memoria, cosa diceva il mio professore a proposito dei Socialisti degli anni Venti (se non vado errato): “Facevano discorsi rossi, infuocati, poi la sera tornavano a casa, si tiravano su le coperte a scaldarsi per bene e dormivano sonni tranquilli”. Noi siamo così. Noi dormiamo sonni tranquilli alla fine di ogni giornata di parole, discussioni e pensieri infuocati.

La Democrazia si basa su un semplice assunto: il popolo deve rispettare e avere piena consapevolezza dell’importanza e del significato delle Istituzioni. La Costituzione regola l’intero sistema finché da tutti è considerata giusta regolatrice. Nel momento in cui si svuota ogni sentimento nei suoi confronti, anche la Costituzione diventa carta straccia. Considero questo concetto estremamente importante. Non è la Costituzione che garantisce l’equilibrato svolgersi della Democrazia in un Paese, ma è il popolo che, considerandola tale, le conferisce i poteri per farlo. E il nostro popolo, noi insomma, cosa pensa adesso? Le Istituzioni, che importanza hanno nella nostra società?

“L’attentato della statuetta” al Primo Ministro è un fatto gravissimo. Va condannato. Mi piace, però, vedere le reazioni nei giri di valzer della nostra vita politica. Prima tutti dicevano tutto, insultavano, attaccavano, querelavano, compilavano dossier; ora, da quel putiferio di schiamazzi e violenze verbali degni d’un derby inglese dei bei tempi andati, ne sono usciti cauti fiorettisti e gentiluomini. Si richiede la calma, la sobrietà, un ritorno al dialogo,…. I peggiori berluscones si sono trasformati in santi e quel grande partito d’opposizione (???) che è il PD rimescola per bene le frasi per vomitare un frullato politichese di dubbio significato. Ma questa è la politica. Un mondo di detti e contraddetti che noi ammiriamo oltre lo schermo d’un televisore o sui fogli di giornale profumati d’inchiostro freso. Triste, vero?

Volevo parlar d’altro però. In particolare delle Istituzioni (discorso che mi sono lasciato alle spalle). Dicevo: la Democrazia funziona finché il popolo ne ha consapevolezza e rispetto. Certo, in un Paese di tifoserie (mi viene in mente l’articolo di Gianmario dell’anno passato, “Il Rosso e il Nero”), fazioni e partigianerie, è sicuramente difficile, se non impossibile, parlare di “Democrazia matura”. E in questo clima così… vivace?... dove finiscono le Istituzioni? Ognuno può dirne ciò che vuole oramai. Un Presidente della Repubblica “di sinistra"; un buon modo per legittimarlo, vero? Un presidente della Camera “compagno”, avvezzo al vino rosso di Romagna (ipse dixit Feltri). La Corte Costituzionale “di sinistra”, gli oppositori (tutti, di qualsiasi idea e origine politica) “compagni”, i giornalisti “terroristi mediatici”, i giudici e i PM “antropologicamente diversi”, ecc…

Premettendo che Cicchitto mi fa pena dopo un discorso come quello pronunciato in Parlamento a seguito dell’aggressione al Primo Ministro, mi chiedo: ma questo, secondo voi, è rispetto delle Istituzioni? No, risposta ovvia. Il problema è un altro, provo a focalizzarlo meglio: gli elettori, i cittadini, sono forse indignati? Alcuni sì. Molti altri, purtroppo, no. Eccolo il problema. Se questa fosse una Democrazia matura, discorsi simili avrebbero generato un tale moto di protesta che persone “di destra” e “di sinistra” si sarebbero probabilmente unite nell’esprimere il proprio sconforto, la propria delusione, il proprio disappunto (per dirla con termini eleganti). E’ accaduto? No. Show must go on, tutto prosegue.
Al cittadino dovrebbe stare a cuore il funzionamento delle proprie Istituzioni, non certo che la propria fazione politica abbia ragione sempre e comunque, in qualunque situazione e in qualunque momento. Così è adesso. Vi sembra, quindi, una Democrazia matura? A voi il verdetto. A me non pare neanche l’ombra sbiadita di un Paese con saldi principi democratici.

Ne approfitto per augurare a tutti Buone Feste. Chissà, forse un po’ di relax vacanziero gioverà al ribollir d’ardori dei nostri illuminati politici. L’importante è che le idee si schiariscano soprattutto a tutti noi.

domenica 29 novembre 2009

Atei, Questi Sconosciuti

Elena Scaltriti

“Maybe it’s too late for intellectual debate, but a residue of confusion remains.” Così esordisce Greg Graffin in “Atheist peace”, una delle più celebri canzoni dei Bad Religion, band americana che suona punk rock da un buon trentennio (caldamente consigliati). Nonostante il titolo possa trarre in inganno, il testo della canzone rende perfettamente quell’alone di mistero misto a timore che circonda la figura dell’ateo, soprattutto in Italia.

Mangiano i bambini? Sono libertini? Hanno levato le ancore dal porto sicuro della moralità per far rotta verso un futuro ancor più dissoluto e privo di punti di riferimento? Questi sono solo alcuni degli interrogativi che circolano attorno agli atei, i quali non fanno molto per chiarire la situazione agli occhi del credente medio, ormai convinto che sia più facile vincere al superenalotto che trovare un ateo in carne e ossa sul posto di lavoro. In realtà, ciò che rimane sconosciuto ai più è che gli atei non sono affatto una specie in via d’estinzione sul suolo italiano. Secondo i dati riportati dall’UAAR (Unione degli Atei Agnostici e Razionalisti), si è passati dal 5,2% del 1987 al 18% del 2003 sull’intera popolazione e il fenomeno non manifesta segni di arresto. Siamo quindi pienamente legittimati a chiederci quali siano le caratteristiche tipiche e le motivazioni del giovane ateo italiano.

Croce e delizia del Belpaese, la famiglia gioca un ruolo di punta nel processo di socializzazione religiosa fin dall’infanzia. Si tratta di una sorta di “legge di inerzia” che porta l’orientamento religioso della famiglia d’origine ad auto-riprodursi nelle generazioni successive. È facile intuire, quindi, come i giovani atei nascano e crescano solitamente in nuclei familiari in cui almeno uno dei genitori si attesta su posizioni di ateismo e altrettanto ragionevole è la connessione con situazioni segnate da separazioni, divorzi e matrimoni civili. Inoltre, ricerche di carattere sociologico condotte da professori dell’università Cattolica di Milano hanno rilevato che gli atei sono presenti soprattutto nel Nord-Ovest e nel Centro e tendono ad avere titoli di studio più alti, tanto tra gli intervistati quanto tra i loro genitori. A questo si unisce una maggiore partecipazione in associazioni e partiti, con un’estremizzata auto-collocazione politica a sinistra e la diffusione di un’immagine più ampia della politica, percepita non soltanto come “tutela dei propri interessi”, ma anche come “dovere di ogni cittadino”.

Eppure qualcosa non torna. Il 18% di 60 milioni di abitanti equivale a quasi 10 milioni di italiani. Chiunque storcerebbe il naso di fronte a queste cifre: dove sono tutti questi atei? Formerebbero un più che nutrito esercito in seno alla nazione che ospita la sede della chiesa cattolica e avrebbero i numeri per far valere le loro posizioni. Invece latitano (che siano rinchiusi nelle segrete del Vaticano?). Si perdono nella “atheist peace” di cui parla Graffin e si convincono, con rassegnazione, che non valga la pena far sentire la propria voce, animati dall’italianissimo “tanto non cambierebbe nulla”. L’ateo fatica a giocare a carte scoperte e, quando trova il coraggio di farlo, le occhiate si dividono tra quelle colme di pietà e quelle in cui guizza il germe del sospetto. Parlerei di “omertà dell’ateismo” in Italia, un sapere e non sapere allo stesso tempo, un “so che sei ateo, ma non ti preoccupare: non lo dirò a nessuno”.

Anche per combattere questo torpore, è nata l’Unione degli Atei Agnostici e Razionalisti (UAAR), l’unica associazione nazionale con lo scopo di rappresentare i cittadini atei e agnostici italiani. Diverse le personalità che vi hanno aderito, da Margherita Hack a Danilo Mainardi, fino a Piergiorgio Odifreddi e altrettanto varie le iniziative organizzate, come la campagna degli autobus “atei”, il progetto per l’ora alternativa a quella di religione nelle scuole e lo sbattezzo.

Parlando da atea che frequenta un’università cattolica -in quale paradosso spazio-temporale mi sono cacciata, grande Giove!- non posso far altro che sperare che gli atei italiani si sveglino dal sonno in cui sono piombati e si rendano conto che non c’è niente di peggiore che vergognarsi delle proprie posizioni e nascondere la testa sotto una coltre di indifferenza e rassegnazione.

giovedì 19 novembre 2009

Eppur Si Muove?

Filip Stefanovic

Chiunque si sia mai minimamente occupato di economia conosce la teoria dei giochi, e più precisamente un concetto di risoluzione definito equilibrio di Nash, dal famoso matematico John Nash, quello di Russell Crowe in A beautiful mind, per intenderci. Secondo questo modello, i vari giocatori sono perfettamente informati sulle diverse strategie che gli altri partecipanti possono adottare, ed il profilo risultante è tale che nessuno dei giocatori può trarre ulteriore vantaggio nel cambiare la strategia messa in atto, a patto che gli altri concorrenti non modifichino le loro.

Riflettevo così l’altro giorno, in maniera piuttosto disimpegnata, riguardo al sistema politico italiano, e pensavo a come fossero passati già quindici anni - per la precisione era il 10 maggio 1994 - dal primo insediamento a Palazzo Chigi di Silvio Berlusconi. Per rendere forse meglio il concetto, vorrei ricordare che in quella data alla presidenza degli Stati Uniti sedeva Bill Clinton, in Francia François Mitterrand, in Germania Helmut Kohl, ancora in carica al primo governo sulla scia della riunificazione tedesca, in Russia Boris Eltsin... Insomma, nomi che nell’immaginario comune, per i tempi della politica, appartengono al passato remoto. In un articolo di pochi giorni fa, Gianmario Pisanu ricordava come solo nella Seconda repubblica si siano già succeduti dieci governi, mentre l’attuale scricchiola tanto da tenerne i ministri svegli la notte. Al contempo è però importante ricordare che a parte pochi noti, il riciclo di nomi, sia delle più alte cariche che non, è stato tale da causare ben poche sorprese e rinnovamenti, non dico da un governo all’altro (di sinistra o destra che fosse), ma anche da una Repubblica all’altra. Così, a parte la paralisi politica dettata dalla sua endemica fragilità, si nota ben poca discontinuità, segno sempre di radicati cambiamenti in atto, col passare di governi e legislature. Pare proprio che l’Italia, o meglio le forze sociali, politiche ed economiche al suo interno, abbiano trovato un punto d’equilibrio - più o meno riuscito - dal quale non hanno ragione di spostarsi. Più il tempo passa, più gli storici problemi della penisola appaiono quanto mai cronici, dalla corruzione, alla giustizia, alla collusione tra Stato e mafie, al parassitismo, nepotismo, all’autoreferenzialità della classe politica. Il punto morto nel quale si è incagliata l’Italia è come un tumore che vegeta, e pian piano colpisce anche le cellule sane che lo circondano. Il risultato è l’apatia, la sfiducia ed il totale scoraggiamento dei cittadini, che ben consci dell’aria che tira e col fiuto affinato da secoli di servaggio, non fanno nulla perché questa situazione migliori, ma tentano a loro volta, nel loro piccolo, di trarre qualche vantaggio dall’inefficienza generale, per non pagare tasse, imposte, od anche solo un biglietto dell’autobus. Poiché la classe dirigente è la prima a (non) farlo, non si comprende perché il singolo cittadino, che in una vita non guadagnerà forse quanto taluni evadono in un anno, debba prodigarsi tanto nel rispettare come un pollo qualsiasi balzello gli venga imposto, aumentando soltanto l’entropia ed il senso di inaffidabilità dell’insieme.

È certamente vero che dovrebbe essere l’uomo politico, per primo ed autonomamente, a dare l’esempio e puntare sulla trasparenza educativa, ma appurato oramai da anni che ciò non avviene, questa colpa perde valore di scusante per il singolo. Se ognuno di noi, nel suo piccolo e senza alcun tornaconto immediato, si prodigasse nel fare, se non bene, meglio, potrebbe cambiare qualcosa? Potrebbero, forse, gli altri giocatori capire che le scelte stanno cambiando, e che la propria strategia non è più quella vincente, ma un’altra, forse più vantaggiosa per la comunità tutta? Potrebbe addirittura rivelarsi il tramonto di una classe politica, palesemente inadatta a rispondere alle esigenze di una società più pretenziosa della nostra? Oggi più che mai si punta su parole quali libertà e democrazia, più a colmare il baratro della sfiducia nello strumento politico che per una reale coscienza di concetto. Il risultato è solo uno schietto individualismo, con la più grave conseguenza di nascondere qualsivoglia progetto futuro, una visione a lungo termine, una meta verso la quale tendere il sistema paese. Ma senza una rotta precisa, sino a quando la nave potrà restare in mare aperto? E, quando si troverà ad attraccare, siamo sicuri che sarà in prossimità di un porto nel quale riparare?

Così sfiduciato, mi trovo poi a leggere giornali serbi, la ben più grave stagnazione del mio paese natale, mi dico come in fondo l’Italia non stia messa tanto male, e, con una botta d’ottimismo, che anche le pretese che ognuno pone verso lo stato in cui vive siano proporzionali allo sviluppo conseguito; come ciò che a noi, qui, può apparire grave, sia in realtà meno peggio di quanto sembri. Eppure non credo che il benchmark italiano debba essere la Serbia, quanto piuttosto Germania, Francia o Regno Unito. Ecco, forse me le annoto, per la prossima volta che mi toccherà di emigrare.

No Taxation Without Representation

Diego Zunino

Era appena trascorso il mio primo giorno di Università da studente del terzo anno, il pretenzioso Euro City -agglomerato di vagoni più o meno riportati alla decenza da almeno trent'anni- diretto a Nizza stava ormai lasciando la Stazione Centrale di Milano.

Vecchi scompartimenti, sedili polverosi: sovraffollatissima (alquanto pretenziosa) prima classe che sfruttava gli ultimi sgoccioli d'estate. È stato in questo ambiente squisitamente naif che ho iniziato a ripensare in un'altra prospettiva alla legge elettorale.

L'elegante signora di mezza età dinanzi a me chiede cordialmente indicazioni per le Cinque Terre, quali coincidenze ed altre amenità simili; dal suo accento ispanico mi rendo conto che è straniera: dell'Uruguay per la precisione, mi racconta di tutto sulla sua vita da quando ha lasciato l'Italia alla volta di Montevideo, al fratello che mai ha voluto sapere più nulla del paese natio fino a un bollettino tragicomico sui morti di influenza A nel suo paesino di 700 anime.

Tra le tante chiacchiere per ammazzare una sgradevole ora di tempo mi è rimasta impressa una cosa che mi ha detto con aria quasi ironica "Dell'Italia mi arrivano gli avvisi che debbo andare a votare, ma io non so nulla del vostro Paese, né dei partiti né delle persone. Non sono mai andata a votare, né tanto meno mio fratello che, si figuri, l'avete pure fatto Console Onorario. Che ci vuole fare, non mi sembra nemmeno giusto: io da voi mica pago le tasse, perché devo potere votare?".

Ecco, mi è tornata in mente la protesta dei coloni americani: no taxation without representation. Chi ha la doppia cittadinanza e magari in Italia non c'è mai stato, perché deve votare?
A mio parere il voto degli “Italiani all'estero” suona come il volere malinconicamente imitare chi possiede ancora residui di colonie (es. I territori d'Oltremare in Francia) che fanno parte della nazione, evocando invece forse residui di emigranti dei tempi che furono.

La legge che è stata oggi proposta prevede invece di permettere il voto financo alle elezioni comunali ai cittadini extracomunitari immigrati e residenti da più di cinque anni, inoltre citando il Corriere: dà la possibilità agli immigrati di essere eletti consiglieri e di fare parte della giunta con l'esclusione delle cariche di vicesindaco e, ovviamente (?), di sindaco.

La proposta di legge è, altrettanto ovviamente per il buon Calderoli, “un attentato alla democrazia”, mentre per l'(ex) compagno Cicchitto “inaccettabile […] senza che la presidenza del gruppo sia stata interpellata […] senza che rientri negli impegni di governo”.

Ho imparato oggi una memorabile lezione di diritto costituzionale, in Italia:

· Immigrati residenti in Italia da cinque o più anni regolarmente attentano alla democrazia se pagando tasse dirette (il lavoro prestato) e indirette (l'IVA), con i figli che parlano un italiano migliore di tanti italiani perché hanno studiato nelle nostre scuole dove hanno pagato ivi le tasse di iscrizione possono volere ardire di scegliersi un consigliere comunale, piuttosto che non votare rimanendo vittima di scelte che li penalizzano magari in quanto ceto socialmente più debole.
· I nostri compatrioti che parlano con accento ispanico o americano, non pagano nessuna tassa -e certo, le rimesse non sono più quelle di una volta- ma possono scegliersi ben dodici deputati e sei senatori. (http://bit.ly/8aVjOh)
· I Parlamentari hanno il divieto di mandato imperativo nei confronti di chi li ha eletti ma non verso chi li ha nominati, o è stato nominato insieme a loro ma meglio.

Suggerisco ai tanti immigrati lesi da chi li accusa, loro, di attentato alla democrazia che in caso di loro inclusione in una lista civica, invece di chiamarla con i soliti nomi propri del civismo si fregino di un suggestivo: “Albissola (o comune interessato) Tea Party” .

martedì 17 novembre 2009

Berlusconi E l'Eutanasia Di Un Governo

GianMario Pisanu

Come spesso ama ripetere il Ministro Tremonti, la parola crisi( dal greco krisis,”forza distintiva”, “separazione” e quindi “scelta”, “decisione”) implica al contempo un momento negativo, inteso come pura contrapposizione alla realtà preesistente, e in seconda istanza una fase propositiva, quando un nuovo ordine si affaccia sulle macerie ancora fumanti dello status quo appena abbattuto.
Secondo quanto trapelato recentemente da ambienti del centro-destra vicini al Premier, è in quest’ottica che Berlusconi, tribolato dalle annose vicende giudiziarie che lo riguardano e amareggiato dalle accuse di cesarismo mossegli dal co-fondatore del PdL Fini, starebbe meditando un ritorno anticipato alle urne. La lista dei detrattori accusati di cospirazionismo è assai lunga: dai giudici rifondaroli ai vassalli disobbedienti che anelano al suo scettro (Fini e democristiani vari) , dall’astiosa combriccola “Repubblichina” al Presidente Napolitano (reo di non aver mantenuto ciò che non poteva promettere) , senza trascurare l’ex concubina pietra dello scandalo, Veronica Lario, e le impietose testate giornalistiche estere che spesso e volentieri ne tratteggiano esilaranti caricature (e perché no, anche la sempiterna CIA, specie da quando Obama, un democratico, è alla Casa Bianca) . Tutti remerebbero in direzione avversa , tutti lo spedirebbero dritto dritto a Sant’Elena senza passare per l’Elba, se solo potessero. Convinto dunque di avere contro i cosiddetti “poteri forti”(espressione abusata e fumosa, caposaldo della dietrologia a buon mercato) , l’eventualità di una legittimazione popolare di massa appare quale unico argine a un declino lento e inesorabile. Una Nuova Alleanza con gli italiani dopo il diluvio elettorale, che spazzerebbe via maldicenze e oppositori, va profilandosi all’orizzonte della scena politica italiana, specie se la vis agonistica e il fiuto dell’imprenditore prevarranno sugli accorti consigli di paludati strateghi, in primis Letta, che guardano alle elezioni con timorosa circospezione.
Verrebbe in tal modo confermata ancora una volta l’endemica instabilità dei nostri governi, prerogativa che ci accompagna sin dai tempi dell’Unità e che ci caratterizza, ahinoi, agli occhi del mondo intero insieme a pizza, mafia e “O’ sole mio”.
Se è vero infatti, come soleva dire De Gasperi, che un politico guarda alle prossime elezioni mentre uno statista alla prossima generazione, i nostri dirigenti non brillano certo per lungimiranza e, una volta metabolizzata l’eventuale sconfitta alle urne, promettono ai propri seguaci, assetati di revanscismo e fedeli alle proprie origini guelfo/ghibelline, di adoperare ogni mezzo per abbreviare l’estenuante scadenza quinquennale della legislatura. Sicchè, nell’infuocata primavera del 2006,mentre ancora non si erano spenti gli echi delle polemiche per l’esito risicato , Berlusconi annunciava a gran voce l’imminente fine del Governo Prodi (che sarebbe caduto ben due volte di lì a un anno e mezzo) ; parimenti, dopo la batosta subita nel 2008, Veltroni profetizzava arrembante che “il governo non sarebbe durato 5 anni”, nonostante la schiacciante maggioranza parlamentare conseguita dallo schieramento avverso. Così facendo, in un clima di delegittimazione reciproca e di totale sfiducia nei meccanismi dell’alternanza di una normale democrazia parlamentare, l’Italia è arrivata a detenere il poco invidiabile record di 60 (sessanta!) governi in 43 anni, dal 1946 ad oggi, contro i 17 degli Usa e gli 11 francesi (questi ultimi con sole 8 diverse presidenze) . Vi è tuttavia un elemento di sostanziale novità nella crisi che serpeggia tra le fila dell’attuale governo.
All’epoca della vituperata Prima Repubblica, quando le maggioranze si formavano dopo complicate trattative parlamentari all’oscuro dai riflettori dell’opinione pubblica, i partiti traevano legittimazione quasi per intero dal Parlamento ( il voto popolare sanciva esclusivamente i rapporti di forza tra gli schieramenti) . Di conseguenza le crisi di governo, perlopiù provocate da trame di palazzo, fiorivano a grappoli( basti pensare ai governi “balneari”, così chiamati perché non resistevano ai rigori autunnali) , esaltando l’immagine di autoreferenzialità che un mondo (la Politica) rincantucciato nella sua turris eburnea dava di sé. Con il crollo dei partiti di massa , e più in generale delle ideologie, successivi alla fine della Guerra fredda, il sistema si rivelò improvvisamente obsoleto e iniquo agli occhi dei cittadini, che rivendicavano finalmente maggior voce in capitolo nella scelta dei propri rappresentanti. Fu allora che, in preda al marasma giacobino e ai furori populisti scatenati da Tangentopoli , l’Italia perse una storica occasione per modernizzarsi. L’ondata rivoluzionaria che attraversò il Paese partorì il proverbiale topolino, stavolta nelle vesti di una fantomatica Seconda Repubblica, così chiamata per scimmiottare le cinque Repubbliche francesi (quelle sì, generate da cambiamenti radicali, nel bene o nel male).
I risultati sono sotto gli occhi: in 15 anni,ben 10 governi diversi (Berlusconi I,II,III e IV,Prodi I e II ,D’Alema I e II, Dini , Amato II) , il doppio rispetto agli Stati Uniti e il triplo di quelli francesi maturati nel medesimo lasso di tempo. Solo l’anomalia berlusconiana e il suo straordinario potere mediatico e finanziario hanno mitigato, almeno in parte, l’esasperata caducità dei governi( peraltro con due crisi all’attivo, nel 1994 e nel 2005, molteplici rimpasti e aggiustamenti in corsa). Ma ecco che, proprio quando il quadro politico pareva essersi stabilizzato in seguito alle elezioni del 2008, che han mutilato le estreme e conferito un mandato forte e inequivocabile alla coalizione di centrodestra, una “crisi d’abbondanza” , per certi versi speculare a quelle parlamentari, mina la solidità del governo. Paradossalmente, il vasto consenso raccolto nel paese si è rivelato strada facendo un boomerang per il Presidente del Consiglio che, certo dell’appoggio popolare, si è speso sino al parossismo per consolidare l’immagine di padre della patria, “Presidente di tutti”( si pensi al paternalismo ostentato in occasione del terremoto dell’Aquila, così plateale da non trovare riscontri in esperienze recenti), confidando di poter assicurare in tal modo lunga vita al proprio esecutivo.
Ma l’Italia non è uno Stato presidenziale e neppure una democrazia di stampo plebiscitario. E’retta da un sistema a base parlamentare legittimato dal voto elettorale, Giano Bifronte che fatica a incasellarsi in una qualsiasi categoria weberiana . Illudersi di poterla governare a suon di sondaggi è da sconsiderati, specie se si ignorano gli altri fattori di stabilità necessari. Convinto che mostrare i muscoli e esasperare i toni ad ogni costo fosse indice di forza, anche a costo d’inimicarsi potenziali alleati( la maldestra gestione del caso Boffo che ha deteriorato i rapporti con parte del mondo cattolico è a tal proposito eloquente ) , il Premier s’è a lungo andare scavato la fossa con le proprie mani, sicché persino all’interno del suo partito c’è già chi parla di post-berlusconismo, nonostante rimanga ancora primatista indiscusso di suffragi. Come in occasione dell’ormai celebre discorso del predellino, Berlusconi è dunque pronto a giocarsi la partita della sopravvivenza ( politica) per non morire d’inedia. Ma un eventuale chiamata alle urne, un anno e mezzo dopo l’inizio dell’attuale legislatura e a tre anni e mezzo dalla sua naturale scadenza, comporterebbe per l’Italia danni d’immagine e economici non indifferenti. In primo luogo, paleseremmo ancora una volta la nostra schizofrenia , confermandoci un partner inaffidabile nel panorama internazionale, perché, com’ebbe a dire Bush (ex sodale del Premier) è assai complicato intrattenere solide relazioni con un paese che cambia amministrazione a ogni pié sospinto. Ma c’è dell’altro.
In virtù del decreto mille proroghe del 2005 varato dall’allora maggioranza di centrodestra, con l’appoggio una volta tanto convinto dell’opposizione, il rimborso elettorale ai partiti viene comunque effettuato anche in caso di scioglimento anticipato delle Camere, sommandosi ai nuovi rimborsi previsti per legge e dovuti per le eventuali elezioni prossime a venire. Così, ad esempio, Pdl e Pd continuano a ricevere laute sovvenzioni per le elezioni del 2006 (fino al 2011, scadenza naturale della defunta legislatura), per quelle del 2008 ( fino al 2013), cui s’aggiungerebbero nuovi rimborsi in caso di votazioni anticipate nel 2010. Insomma, un triplo finanziamento pubblico camuffato ( giacché questi erano stati abrogati da un referendum del 1993; fatta la legge, trovato l’inganno). Uno spreco di denaro pubblico assurdo e dissennato, specie in tempi di vacche magre, considerando tra l’altro gli ingenti costi gestionali che un'elezione comporta ( per quelle del 2006 le spese complessive ammontarono a circa 393 milioni di euro). Con quale faccia e a che diritto si andrebbe poi a cianciare di tagli, sacrifici, lacrime e sangue ?

lunedì 16 novembre 2009

Crocifisso Nel Calderone

Amedeo Maddaluno

Come tutto ormai in questo nostro povero paese, anche un tema profondo come l’opportunità o meno di esporre il crocifisso cristiano nei luoghi pubblici non è stato oggetto di un sereno dibattito, in seguito alla nota sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ma è stato trascinato nella macelleria della strumentalizzazione politica, un “calderone” che tutto inghiotte e tutto trita. Tutto finì in un colossale lancio di scarpe fra laici e cattolici. Non ho la pretesa di portare a soluzione un dibattito in cui tutti hanno detto di tutto… mi piacerebbe, timidamente, suggerire un ottica un po’ diversa del problema. Personalmente sono assai contrario a rimuovere il crocifisso cristiano dalle aule scolastiche “manu militari”, in seguito ad una sentenza di tribunale, specie quando la maggior parte degli italiani appare contraria. I simboli, specie se hanno un enorme peso storico, molto meglio spiegarli che rimuoverli. Percepisco a pelle, in oltre, l’antidemocraticità della risoluzione, l’imposizione venuta dall’alto. Bene sarebbe che potessero essere gli italiani ad esprimersi referendariamente… ma per abrogare quale legge? L’esposizione del crocifisso cristiano nei luoghi pubblici e civici è, per così dire… una prassi. Il punto è proprio questo. Come la pensiamo noi cattolici sulla prassi che vuole il nostro crocifisso esposto nei luoghi pubblici? Non ho mai detto “crocifisso”, ma “crocifisso cristiano”: è senz’altro, come abbiamo detto, un simbolo - ma uno dei tanti - della storia e della cultura del nostro paese, ma è solo in ambito cattolico che quel simbolo cessa di essere un segno storico al pari di altri, e diventa il fondamento del messaggio più profondo della nostra fede, il Dio fattosi uomo e per l’uomo immolatosi. Lo spunto che ci terrei a suggerire è questo, rivolgendomi ai miei correligionari cattolici. Quel simbolo è il segno potente del nostro rapporto con Dio: non temiamo si svilisca, per così dire “inflazionandosi”, a forza di venire esposto anche nelle scuole, e nelle poste, negli uffici… ci fa poi così piacere che la croce cristiana sia ridotta a semplice “prassi”, lei che era “scandalo per i giudei, e follia per i pagani”?