Alessio Mazzucco
Non si può certo dire che queste Europee siano state una boccata d’aria fresca. Anzi, l’aria politica, in Italia, pare farsi sempre più stantia.
A partire dalla campagna elettorale. Praticamente inesistente si potrebbe dire. Sì, certamente, v’erano gazebo, dibattiti, opinioni e giornalisti attivi sull’argomento, ma certo l’Europa è ancora una realtà ben lontana dalla coscienza politica della nostra società. In tutti gli Stati l’affluenza è stata bassa (con punte ridicole di elettorato) e gli equilibri politici destra-sinistra a livello continentale si sono invertiti. C’è stato uno scossone a Strasburgo; anzi, una vera batosta per il PSE (Partito Socialista Europeo). Ma non in Italia.
Nel nostro Paese una sola cosa è cambiata: gli equilibri dell’esecutivo tra Lega e PdL. Certo, a sinistra Di Pietro ha collezionato un buon elettorato, ma parlare di “cambiamenti d’equilibri” in un’opposizione bastonata, divisa, silenziosa e piegata mi sembra eccessivo.
Dunque. A Destra gli estremismi non hanno riscosso successo. Questo è un dato. L’elettorato non ha sentito bisogno di uno Storace o un Fiore per portare avanti idee generate (a mio avviso) dalla paura. Paura della crisi, della perdita del lavoro, dell’immigrato straniero, ecc… All’elettorato è bastata la Lega, unico vero partito “porta a porta” si sente dire. Il porta-portismo sta ritornando in auge dopo la chiusura dei partiti al territorio e al cittadino. Scriveva Ilvo Diamanti sulla Repubblica di qualche settimana fa (non cito a memoria): le destre si stanno territorializzando, conquistano l’elettorato nelle piazze, si fanno sentire e sono presenti, le sinistre si stanno richiudendo alla tradizione che fu sempre loro. E’ vero? Credo di sì. E’ inquietante, a tratti, vedere un partito come la Lega, con le sue idee e il suo modo di fare, essere l’unico partito veramente politico (in senso di inserimento nella società) del panorama politico italiano. Inquietante non solo per l’accordo o il disaccordo delle mie idee nei confronti dei leghisti; inquietante perché le alternative possibili si stanno bruciando in un autoreferenzialismo dannoso, distruttivo. Ebbene: ora la Lega è il modello del partito vero. Ultimamente lo si sente nei programmi d'approfondimento, lo si legge sui giornali, lo si avverte nei dibattiti.
Leggevo l’Unità ieri. Qualche pagina era dedicata alla gioventù pdina. Da pagina quattro a pagina otto si susseguivano opinioni di giornalisti e nuovi politici in erba. Dunque: che fare? Il “sì può fare” tanto osannato (che aveva conquistato anche a me a suo tempo) ora diventa una domanda, non più un’affermazione. “Si può fare?”. Cosa? Un’opposizione, un partito, una nuova classe dirigente? Cosa esattamente? Non lo si spiega. Le domande che pone l’Unità sono semplici e sono due: “Come si può strutturare il PD? Quali sono le (nuove) forme di radicamento territoriale?”; “Ha ancora senso parlare di lotta per un partito? E come si lotta quotidianamente?”. E mentre si aspetta il Congresso d’autunno, già le forze e le correnti propongono i propri candidati. E tra tutti sento, come solitaria voce nuova, il candidato sindaco di Firenze al ballottaggio, Renzi (che non apprezzavo troppo a dir la verità): unico che parla di vera alternativa, vero ritorno nella società con idee nuove, unico che dice basta a ideologie vecchie e ad un anti-berlusconismo consumato, portato avanti, ben più ferocemente, dalle frange dipietriste. Vedremo che accadrà.
E di dipietrismo se ne può parlare per ore e ore. Passare dal 4 all’8 percento accrescerebbe le aspirazioni di chiunque, fino a sentirsi nuovo polo della sinistra anti-berlusconiana e alternativa. Chissà che non sia proprio l’Italia dei Valori il portatore nuovo di una bandiera oramai lacera di sinistra. Spero di no. Ma vedremo anche questo, poiché ultimamente, a sentire Gentiloni, il PD potrebbe avvicinarsi all’UDC per creare un polo di opposizione. Possiamo dire addio al progressismo pdino?
E la sinistra più radicale dove la lasciamo? Fuori dal parlamento di sicuro. Ma a sommare le percentuali dei partiti, partitini, liste e coalizioni si va ben oltre il 4% e gli elettori si contano in qualche milione. Eppure si resta divisi. In effetti leggere programmi di un nuovo liberismo di sinistra allegati a “demilitarizzazione dell’Italia e abolizione del precariato” si potrebbe rimanere un po’ basiti. E unire vecchi socialisti con nuovi provenienti dai ranghi rifondisti, e mischiarli e rimischiarli per dar vita a liste sempre più amalgamate potrebbe portare qualcosa? Io credo di no.
Dunque, quali le conclusioni? Nulla da dire per la destra. Cavalcano l’onda del successo (populista, mediatico, effettivo che sia) e si radicano sempre più nelle coscienze sociali e nel territorio. Usano il verbo “fare”. Nulla da aggiungere.
Per la sinistra? Io credo sia giunta l’ora di sganciarsi dai partiti, dalle alleanze, dalle coalizioni, dalle sigle, nomi, simboli, bandiere morte e riesumate. E’ tempo di dar vita al nuovo, ma davvero, non solo a parole. Niente simboli ora, nessun partito. E’ vero che le regionali sono vicine, ma tenere in vita ciò che c’è adesso è controproducente per una visione di lungo periodo. La sinistra ha grandi ideali e la forza intellettuale di metterli in pratica. Manca coordinazione, un programma comune, un nuovo radicamento nel territorio. Io dico di togliersi la veste degli schemi vecchi e consunti, della mentalità partitica che ora non sta dando buoni frutti. Bisogna ricominciare un dibattito intorno ad un programma e farsi sentire davvero dalle persone e dalla società. E quando la sinistra ricomincerà a scendere in piazza e nelle strade, a risolvere i problemi quartiere per quartiere, città per città, allora il dibattito potrà ricominciare poiché, ad essere chiamati alle urne, saranno cittadini ed elettori, non più compilatori di schede, tifosi, vecchi fedeli. O almeno, questa è la mia idea.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento